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domenica 26 gennaio 2020

CON IL DAKOTA IN COSTARICA

Il Dakota bianco e blu porta le insegne della Sansa, Servicios Aereos Nacionales, che conta due soli aerei. 
Siamo sopra la fitta giungla del Costarica, tra parchi naturali e dozzine di vulcani.
Ogni due giorni, Portela, il DC-3 su cui sto volando, decolla dall’aeroporto di San Jose’ e dirige a sud, verso le pianure umide di Coto e Golfito, che si affacciano sul Pacifico. 
Portela significa sentiero e non è scelto a caso, credo: durante la stagione delle piogge quando le piste tra i palmeti si trasformano in torrenti ed acquitrini di fango color ruggine e la ruote dei fuoristrada affondano e non fanno più presa, l’unico sentiero per arrivare in fretta alle piantagioni di banane è in mezzo alle nuvole, a duemila metri di altezza. 
Chi non può pagare i tremila colònes del biglietto (circa 15mila lire) ha come unica alternativa il treno, che al posto delle tre ore dell’aereo, impiegherà una giornata intera. 
Le vecchissime carrozze, tirate da una locomotiva a nafta che farebbe la gioia di qualunque museo, sono sempre stipate di campesinos; il convoglio accumula ritardi ad ogni stazione dove altri campesinos salgono carichi di banane, granaglie, damigiane e stie di polli, mentre quelli che sono già a bordo scendono per godersi un caffè bollente. 
Il Portela, anche se più veloce, non è meno pittoresco. 
All’aeroporto il comandante arriva portando tre grossi pacchi del quotidiano locale e con passi agitati e ampi gesti delle braccia dirige le operazioni di carico. 
La Compagnia ha sfruttato al massimo lo spazio a bordo, riuscendo a sistemare 32 poltroncine, contro i 22 originali, così che noi non abbiamo più comfort dei campesinos sul treno ma almeno il disagio durerà un quarto del tempo. 
In questo momento il comandante vola a vista, su un tracciato percorso innumerevoli volte, tenendosi poche diecine di metri al di sotto di una denso materasso di nuvole.
Sotto di noi sfilano le rosse creste della Cordillera Talamanca e, un po' più in là, il cono del vulcano Irazù, alto quasi 3500 metri, sembra voler graffiare la pancia dell' aereo, tanto pare vicino. 
Il nostro Dakota atterra su una pista che sembra rossa terra di Siena. 
Ai due lati, a perdita d'occhio, fitte distese di palme, poi coltivazioni di caffè.
A Golfito qualche campesino scende, altri salgono, carichi anche loro di damigiane, sacchi e coppie di galline legate per le zampe, che si agitano, strepitano e spargono piume. 
Un giovane alto e corpulento arriva portando in spalla un grosso sacco dal quale a ogni gradino cade qualche biondo chicco di caffè, biondo perchè ancora non tostato, operazione cui sarà sottoposto nel Paese di destinazione. 
Il caffè è la principale risorsa del Costarica, che ne produce ogni anno oltre centocinquantamila tonnellate. 
La raccolta avviene da novembre a gennaio, sull’altopiano di San Josè, dove uomini, donne e bambini strappano le bacche rosse e le gettano nei canestri tenuti in bilico sulla testa. 
Il primo raccolto di caffè , parliamo dei primi anni ’50, arrivò a San Josè dai villaggi a confine con Panama a bordo di un DC-3 che fece la spola 287 volte.

La stessa scena chiassosa di Golfito si replica a Coto, dopo altri venti minuti di volo.
A sera il comandante di questa sorta di autobus volante rientra a San Josè e prima di infilarsi in un bar aiuta a scaricare le ultime casse e intanto racconta in uno spagnolo velocissimo una storiella che non riesco a capire ma che fa ridere tutti. 
E allora rido anch’io, contagiato dall’allegria di questa gente. 


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