C'è chi sostiene che ciascuno di noi lasci una traccia di sè dove ha vissuto. Non solo inteso come memoria negli altri ma proprio una piccola parte dello spirito (che possiamo chiamare anima, energia vitale o come vogliamo) che si legherebbe fisicamente al luogo dove si è svolta la nostra esistenza.
Non sta a me dire se ciò sia vero oppure no. Certo è che le pietre di Cerbaiolo trasudano un’energia non comune, nata forse dalla pace che esse esprimono e dalla composta bellezza di questo nido d’aquila da cui la vista spazia libera su di un mare di verde e di dolci colline.
Forse, o forse no.
Forse non è soltanto questo.
Forse, o forse no.
Forse non è soltanto questo.
Seduto nel fresco del piccolo chiostro chiudo gli occhi.
Rilasso il corpo.
Penso ad esso come a una rete, permeabile nei due sensi in una sorta di osmosi: mute richieste di conoscenza, in uscita, muti segnali che entrano.
Emozioni sottili, difficili da descrivere, quelle che passano sottopelle e affollano il mio spirito in pace.
Emozioni sottili, difficili da descrivere, quelle che passano sottopelle e affollano il mio spirito in pace.
Impossibile dire se fuggevoli immagini mentali di una comunità mistica ma concretamente legata alla realtà cruda di questa terra affascinante, frutto della suggestione o piuttosto il segno delle tracce lasciate in 1300 anni da chi tra queste pietre ha speso l'esistenza.
Certo è che l’Eremo di Cerbaiolo, sospeso sul territorio toscano nei pressi di Sansepolcro ha vissuto il passaggio di tanta Storia, di personaggi di spicco quali i futuri Santi Francesco da Assisi e Antonio da Padova.
Il primo nel 1216, andando per la terza volta a piedi all’eremo della Verna passando per Pieve S. Stefano.
Il primo nel 1216, andando per la terza volta a piedi all’eremo della Verna passando per Pieve S. Stefano.
In tale occasione Cerbaiolo, allora disabitato, viene offerto a lui e a suoi frati, pur restando il Cenobio proprietà dei benedettini fin dall’anno 706, quando Tebaldo, signore di Tiferno (originario toponimo di Città di Castello) e della Massa Trabaria, su richiesta della figlia e per scontare i propri peccati “ … fece sorgere dalle fondamenta un monasteri per i Padri e Monaci di San Benedetto....” perchè, si legge sull’atto notarile di donazione del 17 marzo 723 “…giorno e notte vi si elevassero lodi a Dio”.
Nell’ anno 1230 Sant’Antonio da Padova vi sosta per un periodo di preghiera, ritiro e penitenza ma anche per terminare i suoi “Sermorales, che il Papa gli aveva chiesto di scrivere. Morirà l’anno successivo.
Nei secoli che seguono il monastero passa per numerose mani: da quelle dei benedettini a quelle dei francescani.
Nel 1518, con bolla di Papa Leone X, subentrano i frati minori osservanti che vi restano fino al 1783, anno in cui si trasferiscono alla Madonna dei Lumi di Pieve S. Stefano.
Cerbaiolo diviene sede parrocchiale e vi nasce una piccola comunità che quasi due secoli più tardi, nel 1930, conta 39 anime e altrettanti corpi.
Arrivano gli anni bui della seconda guerra. Nell’agosto del ’44 i tedeschi in ritirata minano, chissà perchè, e fanno saltare l’antichissimo complesso e per vent’anni Cerbaiolo, divenuto un’informe cumulo di pietre, resta in totale abbandono.
Un giorno arriva da queste parti un personaggio speciale e tenace, molto tenace, una sorella laica della “Piccola fraternità di Santa Elisabetta”.
Chiara, così si chiama questa donna non comune, sente che un luogo di così alto valore spirituale non può andare perduto e, sostenuta dal proprio Istituto, ma in primis da una volontà di ferro, decide di iniziare il recupero dell’eremo e dell’annessa chiesa.
Negl'anni successivi, Suor Chiara riesce a catalizzare la generosità di vari benefattori e l’interesse della Soprintendenza ai Monumenti.
In tal modo e superando problemi d’ogni genere e grandezza, nel 1975 torna ufficialmente alla Vita il complesso di Cerbaiolo.
Da allora è gestito da Chiara che nell’aspro territorio circostante vi alleva quasi duecento capre e di esse vive e dell’amore di chi le vuol bene.
Ora, come 13 secoli fa, l’Eremo appare caparbiamente aggrappato alla nuda roccia di cui sembra parte integrante, immerso tra querce e lecci, con due ampi refettori, diciassette celle monastiche e sala capitolare, raccolti attorno al piccolo chiostro che ha al centro un’antichissimo pozzo sempre colmo d’acqua.
Nella parte posteriore un angusto cortile che la grande rocca soprastante sembra voler fagocitare, conducea un grande slargo aperto sulla vallata, dove si trovano gli stalletti delle capre.
Nella parte posteriore un angusto cortile che la grande rocca soprastante sembra voler fagocitare, conducea un grande slargo aperto sulla vallata, dove si trovano gli stalletti delle capre.
Appena sotto l’eremo esiste una cappelletta, proprio nel luogo dove un tempo sorgeva la capanna abitata da Sant’Antonio, che ora porta il suo nome.
Alla base del piccolo edificio, scendendo il pendio, si trova una piccola cella, parte grotta e parte in muratura, dove fino a non molti anni fa viveva un eremita.
Oggi la cella, una sola piccola camera, è a disposizione di chi voglia per sè un momento di totale raccoglimento nella natura.
A qualche centinaio di metri più in basso, lungo la strada per l’eremo, da qualche tempo è sorta una casa d’accoglienza con una quarantina di posti letto riservati ai gruppi, cucina autogestita e servizi.
Faccio mio un consiglio d’altri: Cerbaiolo è un vero eremo, un luogo di grande pace e armonia.
Rispettiamo la sua quiete facendo nostro lo spirito di quel luogo bellissimo.
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