Il Sudafrica è co-protagonista del mio immaginario personale fin dall’adolescenza, complici le storie di esploratori, gemme preziose, oro, guerre coloniali, avventurieri intriganti e ambigui. In età adulta sono stati più d’uno i fatti di rilevanza mondiale a mantenere vivo il mio interesse per quel lontano Paese, a cominciare dall’apartheid e da personaggi quali Nelson Mandela. Nel corso del 2013 una conoscenza nuova mi avvicina ulteriormente al Sudafrica e nel gennaio dell’anno successivo un sogno s’avvera e sbarco con un amico a Cape-town. In circa un mese percorreremo quasi tremila chilometri in fuoristrada, attraverso la regione del Capo fino a Cape Agulhas. Quindi percorrendo la N2 verso est e oltrepassata Overberg siamo arrivati al De Hoop Nature Reserve. Più oltre, Riversdale e Mossel Bay, George e Sedgefield fino a Knysna da dove, puntando a nord e percorrendo la tortuosa ma spettacolare strada sterrata che porta ai quasi 1600 mt dello Swartberg Pass siamo giunti a Prince Albert. Da qui abbiamo puntato a nord fino ai monti Cederberg e Wuppertal per poi scendere di nuovo verso la costa atlantica e raggiungere il West Coast National Park e di qui rientrare a Città del Capo seguendo la costa.
In ogni viaggio, all’esplorazione del territorio cerco di unire la conoscenza della gente che lo abita. Nel caso specifico si trattava di penetrare la complessa realtà di un Paese dove convivono due comunità, la nera e la bianca, in un rapporto quasi di 10 a 1. L’apartheid, o segregazione razziale, fu ufficialmente sancito nel 1954 ma era la conclusione di un progressivo acuirsi di tensioni, attriti e violenze che esistevano da secoli fra le popolazioni autoctone e i colonizzatori, principalmente Inglesi e Olandesi (Boeri). Interessi economici, ragioni politiche, preconcetti razziali, diversità religiose e culturali profonde sono solo alcune delle ragioni alla base di un sistema che in quasi mezzo secolo aveva di fatto separato con un muro le due razze, abolendo i diritti civili dei neri e segregandoli in aree specifiche delle città. Essi non avevano diritto al voto, non potevano liberamente viaggiare nel Paese, era loro proibito viaggiare sui medesimi mezzi pubblici dei bianchi o utilizzare le stesse panchine dei parchi o lasciare una chiesa scendendo dalla medesima scalinata. Infinita e impossibile da elencare, la lista dei divieti con i quali la popolazione nera doveva convivere. Nel 1989 con l'avvento del presidente De Klerk si ebbe una progressiva riduzione delle norme anti-razziali fino alla formale abolizione dell’apartheid nel 1991. Nel ’94, a seguito delle elezioni democratiche che portano Nelson Mandela, liberato nel ’90 dopo 26 anni di prigionia, a diventare presidente della repubblica sudafricana.
Molto in breve e per sommi capi, era più o meno questo il quadro generale sul quale rifletto al mio sbarco a Cape-town ma non tardo a percepire la realtà di un diffuso disagio fra i bianchi e la popolazione di colore che parte da un dettaglio emblematico: il modo in cui neri e bianchi si guardano. Ovvero come NON si guardano, con occhiate oblique, trasversali e indirette oppure ignorandosi del tutto. Non mancano le eccezioni, certo, e non è difficile imbattersi in gruppi misti, specie in ambiti culturali di livello superiore, ristoranti eleganti o negozi di lusso ma ho spesso l’impressione che bianchi e neri provino reciproco imbarazzo a parlare fra loro e quando possibile si limitino a brevi scambi di battute come potrebbe avvenire fra commessi e clienti di un negozio. Il giorno successivo al nostro arrivo visitiamo un grande mercato di artigianato locale e modernariato e decidiamo di pranzare alla trattoria all’aperto, al centro di una vasta area dove dozzine di banchi propongono ogni genere di manufatto, dalle saponette artigianali ai biscotti, dai foulard all’arrosto di kudu, un antilope assai diffusa nel continente africano. Una simpatica cicciona è specializzata in vecchie e panciute pentole in ghisa tipiche dei coloni boeri mentre un anziano personaggio che sfoggia lunghe trecce e orecchini offre strane poltrone realizzate con i copertoni usati delle auto, abilmente sagomati e verniciati a colori brillanti. Il luogo è gremito di una folla eterogenea di curiosi, abbigliati nei modi e negli stili più diversi, dai jeans alle vesti tradizionali bantu, intere famiglie con bambini, molti giovani, turisti, asiatici, indiani, bianchi, mulatti e neri di tante, differenti etnie. Sotto il tendone i tavoli ospitano una ventina di persone ognuno. Alcuni sono già in parte occupati e si mangia e si beve. Un particolare balza subito ai miei occhi: a un tavolo siedono solo bianchi, a quello accanto solo neri…e via così.
In ogni quartiere delle città sudafricane ci s’imbatte in alti reticolati o muri che ricordano quelli delle caserme. Al sommo scintilla il filo spinato su isolatori di ceramica: significa che vi passa la corrente elettrica. Non istallazioni militari ma normali condominii o gruppi di villette. Ben in vista, web-cam, riflettori e cartelli in inglese e afrikaans segnalano cani addestrati e un servizio di sorveglianza armata affidata dai residenti bianchi per ragioni di convenienza economica proprio a quei neri dei quali temono prima o poi una reazione violenta. Perchè se la segregazione razziale è stata ufficialmente abolita da un quarto di secolo, taluni “fastidiosi” retaggi vivono ottima salute. Il reddito un bianco è 4 o 5 volte quello di un nero e le town-ship, per lo più baracche fatiscenti, prive di acqua corrente e con un gabinetto ogni 20/30 famiglie, non ospitano barboni nullafacenti ma normali famiglie, 6/ 8 persone che vivono in pochi metri quadrati. Ogni sera il tavolo viene tolto di mezzo, il fornello finisce sull’armadio e la “zona-giorno” lascia il posto a brandine e letti di fortuna. La mattina, la trasformazione s’inverte, i bambini salgono sul bus della scuola e gli adulti su quello pubblico che li conduce al lavoro in città, mano d’opera a bassissimo costo per la comunità bianca, in qualità di operai, facchini, giardinieri, infermieri, autisti. Un’idea fissa, per molti di loro: quella di guadagnare di più e lasciare le town-ship per abitare fra la gente “normale”. Un miraggio perlopiù, visto che in due non riescono a guadagnare tanto da pagare il solo affitto di un appartamento di città.
Come ho già detto, la popolazione bianca rappresenta una percentuale esigua del totale, circa il dieci per cento.
Stando così le cose, e considerando la situazione generale che ho descritto, colgo ogni occasione per raccogliere informazioni sul futuro del Paese e sulla convivenza fra le differenti comunità.
Ben presto mi rendo conto che molti neri non prevedono grossi mutamenti nella Società sudafricana.
L'economia procede bene – dicono - aumentano le esportazioni e il mondo industriale è in pieno sviluppo.
Alcuni di loro mi confidano che non cambierà molto neppure fra le due principali comunità.
C'è chi ritiene che i bianchi siano più qualificati per mandare avanti l'economia e perfino chi è convinto che sia stato Dio ad affidare ai bianchi il comando del Paese e alla comunità nera ruoli subalterni.
Esiste però anche un'altra realtà.
Capita infatti d'incontrare dei neri in eleganti abiti di sartoria o al volante di Porche e Mercedes.
Sono i cosiddetti black diamonds (diamanti neri), persone che fanno parte, a vario titolo, dell'establishment e, che, come capita sempre più di frequente, approfittano di un ruolo di rilievo all'interno dell'ANC, l'African National Congress, il partito di Mandela. Morto lui, che lo aveva portato alla direzione del Paese, ora si danno alle spese pazze, finendo spesso sui giornali.
E' appena di qualche tempo fa lo scandalo che ha coinvolto Thandi Modise, governatrice della North West Province. Con una carta di credito del partito ha acquistato una Bmw da 90mila euro, in un Paese dove il reddito medio annuo è pari a un ventesimo di quella cifra.
Insomma, la condizione socio-economico-politica del Sudafrica è a mio avviso solo apparentemente stabile e sono molti gli indizi di un forte malessere di fondo, espresso anche da un fenomeno di cui in Sudafrica si parla poco e del tutto ignoto in Europa: l'uccisione, ogni anno, di centinaia di farmers e delle loro famiglie, a volte letteralmente macellati alla vecchia maniera africana: con i machete.
Oggi, tanti neri, usciti da una condizione vicina alla schiavitù, vogliono recuperare il tempo perduto, a volte abbandonandosi a una sorta di ubriacatura sfrenata fatta anche di pericolosi eccessi, utilizzando ogni mezzo possibile.
Se questo è umanamente comprensibile, rende difficile la conquista di un equilibrio sociale davvero stabile ed è legittimo chiedersi quale potrà davvero essere il futuro di questo grande e, sotto molti profili, splendido Paese.
Nessun commento:
Posta un commento