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domenica 26 gennaio 2020

IL PASUBIO E LE 54 GALLERIE

E' montagna vera, quella che il mio sguardo abbraccia, mentre da Rovereto saliamo verso Pian delle Fugazze. Vallate strette ma verdissime, crinali incisi dal luccicare di mille rivoli che scendono verso un torrente invisibile,incappellati in alto dalla roccia nuda che il sole del mattina orla di vivida luce e scoscesi al punto che i pini sembrano ad essi paralleli. 

1220 metri, dice il mio altimetro, quando lasciamo le vetture a Bocchetta Campiglia e, zaino in spalla, imbocchiamo la Strada delle 54 gallerie, detta anche Strada della 1a Armata, costruita tra il febbraio e il dicembre del 1915 dai minatori del genio militare. Un percorso che in circa 6 chilometri e mezzo e un dislivello di oltre 800 metri conduce a Porte del Pasubio. Un percorso che per un terzo corre in gallerie scavate con esplosivo, trivelle e piccone e che costò la vita a tanti soldati, al solo scopo di creare un'alternativa alla strada che sale per l'altro crinale e che,negli anni della guerra, si trovava sotto il tiro delle artiglierie nemiche.

Siamo in sette, perchè ci fa da guida una famiglia di amici veneziani che di questi luoghi ha dimestichezza.
Un percorso non facile per chi come me soffre di vertigini, ma neppure tanto difficoltoso, meta domenicale di tanti escursionisti ma anche testimonianza perenne alla follia bellica.
Fin da subito, passato il cancellino a giostra che vanamente blocca l'accesso alle mountain bikes, il tracciato si mostra ripido ma di grande bellezza. Pochi, stretti tornanti nel profumo resinoso dei sempreverdi e arriviamo alla prima galleria. Al colmo della volta è indicato il numero progressivo, 1 in questo caso, la lunghezza totale e il nome della persona cui fu dedicata l'opera, di solito un ufficiale dell'epoca. Non è larga la carrareccia, forse un metro e mezzo e i tunnel abbastanza bassi da richiedere talvolta il casco di protezione. Quasi tutte le gallerie presentano delle aperture sul fianco esterno, create per rendere più agevole lo scarico dei detriti, così che in molti tratti non è indispensabile l'uso della torcia elettrica. Saliamo lentamente, in un alternarsi di caldo e di fresco, di luce abbacinante e di liquide tenebre.
Un avvicendamento piacevole che però suggerisce qualche cautela per evitare sorprese al collo o alla schiena.

Procedo lentamente e posso cogliere molti particolari di quest'opera immane, i segni del piccone, i fori ancora perfetti della trivella sulle scabre pareti, ferri contorti e arrugginiti destinati forse a sorreggere cavi elettrici e per le comunicazioni. 
A volte superiamo strane nicchie scavate nella viva roccia, alcune anguste come cabine telefoniche, altre più ampie e a forma di elle. Ogni più piccola cavità lungo i pendii assolati ospita minuscole piante che sembrano scaturire dalla roccia stessa tanto è minima la quantità di terra attorno alle radici. Tuttavia si mostrano cariche di vitalità ed esibiscono fiori azzurri e viola, gialli, scarlatti e bianchi, piccoli come grani di riso ma dalle forme e dai colori incantevoli.

Il flusso di persone è intenso in entrambe le direzioni. Sono comitive di giovani, coppie, gruppi famigliari di ogni età. All’imboccatura di una galleria m’imbatto in una giovane famiglia. Lui regge sulle spalle il figlioletto (sei mesi, mi dice la madre!) nello zaino-passeggino; dalla parte inferiore spuntano gambe rosate e paffute e piedi piccoli e grassottelli che spingono irrequieti sul telaio metallico , mentre la testa bionda gira senza sosta da una parte all’ altra per scrutare quello strano posto. 

La quota sale rapidamente e il percorso è a tratti esposto, scavato sul fianco della montagna che si presenta come una parete verticale alta centinaia di metri. Salgo tenendomi il più possibile aderente alla roccia; sento la spalla sfregarvi contro e mi rammarico di non poterne diventare parte integrante, mentre tento d’ignorare il vuoto impressionante che incombe alla mia sinistra. 
Ci sorpassa una falange di giovani in scarpe da tennis, micro-zaini e l'atteggiamento spavaldo e rilassato di chi passeggia per viale Ceccarini a Riccione. Mi scorrono accanto, lambendo il ciglio senza mostrare d'accorgersene. Certo - penso - la giornata è magnifica e splende il sole, ma a questa quota poco ci vuole perchè arrivino le nuvole a spararci acqua addosso. Allora la temperatura calerebbe in fretta e la ghiaia diventerebbe instabile e liscia quanto il vetro. 
Come si troverebbero, allora, senza scarponi adeguati e giacca a vento? Del resto la dabbenaggine è una costante sui sentieri montani, dove a 2000 metri mi è perfino capitato di incrociare due turiste che procedevano con espadrillas ai piedi. In tale occasione mi permisi un commento garbato ma duro e loro m'aggredirono facendo notare: 1°, il tempo perfetto e, 2°, che alla mia età ancora non sapevo farmi i fatti miei.

Le gallerie si rincorrono, a volte vicine da sembrare tutt’uno, altre volte intervallate da ampi tratti immersi in un gagliardo sole, cortissime e facili alcune, lunghe centinaia di metri, altre, ripide e attorcigliate come scale a chiocciola e fredde come ghiacciaie. 

La luce della lampada frontale conferisce alle infiltrazioni d'acqua riflessi metallici e iridescenze che mi fanno pensare alla carta stagnola sul presepe di bambino e all’ incrociare di altri gruppi, sulle pareti è un allegro balletto di dischetti di varia luminosità prodotti da un’eterogenea folla di torce elettriche. 
Improvvisi varchi nella parete mi riempiono gli occhi di un vasto panorama che sembra quello dell'aereo e offrono scorci di rara bellezza. La possibilità di spaziare trova i suoi limiti nell’opalescenza perlacea di una diffusa foschia nelle vallate che, pur riducendo la portata, conferisce al paesaggio un’ atmosfera irreale da fiaba. L'ennesima galleria, lunga, tortuosa e del tutto buia m'ingoia al termine di un passaggio particolarmente esposto e stretto; impossibile esprimere il sollievo quando tasto compiaciuto la pietra che m'avvolge, ben felice di un buio che nulla mostra se non l'alone bianco dei led che ho sulla fronte. Ogni tanto pilastri e altre opere di consolidamento in calcestruzzo mostrano come negli anni si sia continuato a lavorare per la sicurezza degli escursionisti. 
Una dopo l'altra, le gallerie passano alle nostre spalle, lungo un percorso cosi'tortuoso che a volte sembra torcersi su se stesso, ricavato in una roccia corrosa, butterata e scabra come la muraglia possente di un castello per giganti alle cui feritoie a volte ci affacciamo in gruppo per le foto di prammatica.

La carrareccia, ora larga poco oltre un metro, supera uno sperone sporgente e affilato come il naso di Fausto Coppi e mi è difficile ignorare un vuoto che sembra circondarmi da ogni lato. Nausea, giramenti di testa poi un senso di malessere generale m' invadono. Un brivido gelido mi attraversa - e dire che ho il sole a picco su di me - sento la lingua trasformarsi in un arido salamino e cercare inutilmente tracce di saliva. A peggiorar le cose entrano nella mia visuale due ciclisti in groppa ai loro tecnologici destrieri. Parlano tra loro e scendono, sorridenti e giulivi mi sfilano accanto sfiorando lo strapiombo che non sembrano neppure vedere. Mi sforzo di vietare alla mente ogni impulso esterno, rallento ancora il passo e una coppia di adolescenti grassocci mi supera chiacchierando. Quello di destra indossa una tuta aderente a grosse righe orizzontali e scarpette inesistenti e sembra uscito da una spiaggia di inizio secolo.
Inaspettatamente l’incongrua immagine balneare assorbe il mio malessere e mi permette di arrivare alla galleria successiva la cui imboccatura chiama con voce suadente e m’attira nel suo accogliente grembo.

Nel buio salgo, attento a dove poso i piedi, su di un fondo ingombro di detriti e assai irregolare, con improvvisi gradini e fenditure. Sento delle voci e nel chiarore di un grosso squarcio colgo l'immagine impensabile e surreale del perfetto quadretto famigliare: una giovane mamma e' seduta sullo sporto di una pietra, la mammella sinistra sporge enorme dalla maglietta e su di essa le manine rosee e pingui di un bambinetto dai riccioli biondi poggiano larghe e stringono e premono. Accanto a loro il papa' scatta foto alla valle sottostante e il primogenito gioca con i sassi. La signora mi scocca un limpido sorriso, scuote lenta il capo e mormora: "so' creature…"
Passo oltre, accompagnato da un entusiastico succhiare che l'acustica del tunnel amplifica a livelli leggermente osceni e penso…penso che se Federico Fellini fosse stato quassù oggi avrebbe noleggiato tutto in blocco per un suo set, montagna e mammelle comprese.



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