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domenica 26 gennaio 2020

IL MONDO DELLA LAGUNA

Canicola senza vento di un settembre senza storia.
Zattere, calli, fondamenta e campi sono un unico tappeto formicolante umanità.
Cannaregio, uno dei sestieri di Venezia è al completo e se uno degli innumerevoli giapponesi svenisse non scivolerebbe a terra ma continuerebbe il giro turistico, suo malgrado. La Giudecca, '‚isola perfetta per Le Corbusier, con le sue case basse e tutte diverse tra loro, e' un'oasi nel caos. Sull' altro lato dell' isola, lungo l' omonimo canale, sfila solenne un enorme piroscafo bianco con le insegne svedesi.
Piu' oltre, sul verde azzurro del Canal Grande, s' incrociano frenetiche barche di ogni foggia e misura, traghetti e ferry-boats.
Rasentiamo San Giorgio, monumento funebre voluto dal conte Cini in memoria del figlio Giorgio, caduto in aereo. Passano San Servolo e San Clemente, un tempo reclusori per anormali e matti, che fino a pochi anni fa sorridevano dalle rive, liberi di corpo ma imprigionati nelle gabbie della mente.
Ancora pare di sentirne le grida e i versi scomposti: la riforma sanitaria e una legge che ha abolito i matti ha in parte smantellato questi ghetti, ora nobilitati al ruolo di silenziosi archivi. Appena oltre e‚ Santa Maria della Grazia, tuttora conservata all' originario compito di reclusorio per malati infettivi.
Come d'incanto, quasi che una magica bacchetta ci abbia trasportati in un altro mondo, ci troviamo immersi nella macchia mediterranea, tra pini d' Aleppo e cespugli di odoroso ligustro. Poche ore fa Arnaldo mi aveva promesso di sottrarmi alla confusione.
"Un viaggio nel tempo e nello spazio,veloci come saette!" - aveva proposto, inalberando un sorrisetto ambiguo, mentre con mossa abituale due dita forzavano a torciglione il lungo baffo destro.
<< Ti porto, se ti va, a trovare gente che conosco. Brava gente e ospitale, se ti piace la cucina del medio-oriente >>. 
Mi lascia così, nel brodo della curiosità. Da quel momento e finché  non arriviamo a destinazione si avvolge in un mutismo che non è da lui. Ogni tanto sbircia verso di me con la scusa di controllare a un incrocio di canale o per seguire il volo di un gabbiano che ci sfiora e s' impenna tremando in alto.
All' isola di San Lazzaro, dalla fine dell' 11° secolo asilo dei lebbrosi e dal settecento grande centro di cultura armena, ci accoglie un trio di preti scuri che mormorano un bizzarro impasto di litanie orientali e di inglese maccheronico. Ci guidano per chiostri e scalinate rococo', grandi sale che odorano di cera e di inchiostro, lunghe biblioteche pannellate in noce. Ci mostrano una miriade di opere d' arte d' ogni provenienza ed epoca: papiri tibetani, mummie, incredibili codici miniati dove il turchese e l' oro appaiono talmente vividi da sembrare appena stesi. Visitiamo l'antica tipografia,dove
nascono preziose edizioni in diecine di lingue diverse e il silenzioso refettorio nel quale pranzeremo con pietanze speziate e ricce di esotici sentori.
Il mondo che conosciamo sembra sparito nelle spirali del tempo. La storia, qui, scivola fuori e pare deporre le sue armi: ci spiegano che un gran numero di seminaristi arriva dalle terre piu' insanguinate del Medio Oriente. La stessa Armenia coi suoi lutti non intacca piu' di tanto la compassata compiacenza di quei religiosi, scampati, unici tra le isole-monastero della laguna, al furore di Napoleone e alla metamorfosi giacobina issando la bandiera turca, Paese di cui i Francesi erano al momento alleati. Grazie al furbo stratagemma, i padri mechitaristi poterono
evitare di essere trasformati in fortezze militari e depositi di polvere.

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