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domenica 26 gennaio 2020

LA GALASSIA DELLA LAGUNA VENEZIANA

Tanti anni fa, in epoca universitaria, ebbi il privilegio di frequentare Venezia. Un amico vi possedeva una casa alla Giudecca. L' edificio, in avanzato stato di degrado, aspettava interventi radicali che l' avrebbero riportato agli antichi splendori. Un giorno, parlandone a Pordenone con i proprietari, gettai li' una proposta che forse voleva essere soltanto provocazione ma che invece fu presa sul serio. Dei tre piani che costituiscono la casa, l' ultimo era inagibile ad ogni temporale e nel primo filtrava l'acqua della laguna. Quello di mezzo pero'era abitabile, se ci si accontentava ( e io mi accontentavo!). Me lo avrebbero volentieri prestato, purche' lo restituissi non appena le lungaggini burocratiche avessero consentito l' inizio dei lavori. 
Ci sarebbero voluti sei, sette mesi almeno, aggiunsero, forse di piu':di fatto, divennero due anni. Due anni che mi permisero di diventare un assiduo frequentatore della laguna, anfibio cane da tartufi, sempre in caccia con le froge al vento in quell' affascinante, multiforme, incredibile paradossale unico museo vivente che e' Venezia. Non potrei dimenticare neppure con una lobotomia frontale l' emozione che mi pervase il mattino che per la prima volta mi svegliai li'. Aprii gli occhi appena dopo l' alba e senza alzare la testa dal cuscino restai a lungo immobile. I suoni non erano quelli cui ero abituato. Niente sferragliare di auto e bus, niente saracinesche di negozi ne' odore di marmitte, ma uno sciabordio lento a tratti amplificato dal passaggio di ignoti scafi dei quali avvertivo il sordo e disuguale ringhio. Annusai estasiato l' aroma salso che pervadeva l' aria. Mi alzai rapido e, ancora in camicia da notte (io non uso pigiami)infilai le scale per l' ultimo piano e la ripida rampa dell' altana. Quando sbucai sul quadrato della terrazza, alta sui tetti, mi parve di sognare. In quella mattina di ottobre Venezia indossava i colori di un quadro del Canaletto, in cui i contorni stemperavano l'uno nell' altro. Da un lato le cupole d' oro di San Marco riuscivano a captare i raggi di un invisibile sole, dall' altro la lastra color petrolio mostrava a stento i contorni dell' isola della Grazia, un tempo sede di un ospedale per le malattie infetive, e, un po' piu' a destra, indistinta nella foschia, quella piu' grande di Sacca Sessola. Stavo li', ad inzupparmi di umidita', le mani attaccate alla vecchia balaustra di legno mentre una brezza leggera mi scopriva le gambe ancora calde del letto. Se una donna non avesse aperto rumorosamente una finestra nella casa accanto, credo mi troverei ancora in quella posizione, mentre i gabbiani mi passavano sopra, scrutandomi stupiti: forse scambiavano la mia bianca palandrana per un fratello un po' cresciuto.
Presto divenni, per i frequentatori delle osterie e delle botteghe circostanti, "Il foresto". Sono chiacchierone, chi di voi mi conosce ben lo sa, e non mi fu difficile fare la conoscenza di una quantita' di personaggi che forse possono sopravvivere solo nella particolare realta' di Venezia,dove i ritmi sono quelli lenti che il trasporto fluviale impone. Tra gli altri, conservo il ricordo vivido di uno strano soggetto, ultimo anziano rampollo di una nobile stirpe. Arnaldo si chiamava ed era solo al mondo, salvo un cagnetto da lui chiamato Soffietto per la buffa abitudine di soffiare piu' che abbaiare. Arnaldo, che viveva a Burano, in pratica trascorreva il suo tempo nelle osterie delle tante isole della laguna, spostandosi con una grossa e vecchia barca sulla quale poteva all'occorrenza cucinare e dormire, battezzata con una certa ironia Scoazzera e cioe' spazzatura. Erano detti cosi', da queste parti, dei quadrati delimitati su tre lati da muri e senza tetto, nei quali si raccoglieva l' immondizia. 
Con lui, novello Caronte dai folti baffi sale e pepe, traghettai da un lato all' altro della laguna. Trascorsi intere giornate, stranissime giornate spesso, vagolando per quell'immenso universo che e' l' arcipelago veneziano, da San Clemente a Poveglia, l' antica Popilia, dal nome di una delle strade romane che attraversavano il territorio lagunare a San Francesco del Deserto, una delle isole piu' belle. Qui nel 1220 passo' San Francesco e qualche anno dopo i Francescani Minori fondarono un convento, abbandonato nel 15° sec.. I frati vi rientrarono alla meta' dell' '800, quando l' isola venne regalata dagli Austriaci al patriarca di Venezia. Bellissimi i due chiostri interni e gli orti tenuti come veri e propri giardini e il grande pollaio,allora regno incontrastato di due splendidi enormi galli. Poco lontano e' San Servolo, abitata fin dall' 8° secolo da una comunita' di monaci benedettini e, secoli dopo , da monache che vi rimasero fino al settecento. In seguito fu sede dell' ospedale psichiatrico, il cui edificio, al centro di un verdissimo parco alberato venne costruito verso la meta' di quel secolo. Bellissimo il salone tutto affrescato e le preziose pale d' altare conservate nella vicina chiesa. A poca distanza c'e' l' isola di San Lazzaro degli Armeni, della quale vi ho gia' parlato in un' altra opinione.

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