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domenica 26 gennaio 2020

LES CALANCHES DELLA CORSICA O LE ROCCE DEL DIAVOLO

Se si vuol dar ragione alla leggenda, nacquero cosi', i calanchi, "e calanche" come li chiamano da queste parti, sul lato occidentale della Corsica, nel golfo frastagliato e triangolare di Porto.Fu la vendetta del diavolo, innamorato respinto da una ragazza del luogo che, difesa dal marito e dai compaesani, fu trasformata in pietra assieme a loro.

Una spiegazione suggestiva piu’ di quella che ci fornirebbe qualsiasi geologo che parlerebbe di graniti alcalini picchiettati del nero della biotite e del verde-marrone dell’anfibolo.

Ma non e’ facile attribuire il merito di tanta selvaggia bellezza al sodio o al potassio, anche se a loro, in realta', e’ dovuta.

E’ marzo e il turismo, specialmente in questa parte dell’isola, virtualmente assente. Il cielo azzurro e la temperatura mite mi hanno permesso anche qualche bagno, ma oggi, lasciato il sud, piu’ pianeggiante e basso, mi sto spostando in un paesaggio magico e surreale. Il traffico inesistente consente di viaggiare a velocita’ bassissima cosi' che posso godermi ogni particolare.

Una sterminata sequenza di guglie dalle forme piu’ estrose mi circonda, sale in alto verso la montagna e discende fino al mare, intarsiata di mirto e rosmarini in fiore e lecci. Guardo quei pinnacoli e vedo i castelli che da bambini costruivamo in spiaggia, colando dalle dita la liquida pastella fatta di acqua e sabbia e solo la fantasia di ognuno era il limite al nostro creare.
In quelle forme scorgevamo armigeri appostati a contrastare il nemico in arrivo e dame imprigionate da crudeli tiranni e scudieri e stalle e sale d’ armi e…qui, come in quelle precarie costruzioni che la marea avrebbe levigato e corrotto, e’ l’ apparente paradosso delle forme naturali, la bizzarra e inquietante morfologia di queste scogliere che sembrano crollare da un momento all’ altro.E’ il vento, millenni di vento ad aver scavato nel granito i “tafoni” (buchi in lingua corsa) anfratti e cavita’ di ogni forma e misura ma e’ la fantasia umana ad attribuire nomi alle forme. Ecco allora la chimera, il pellegrino, il leone, l’ orso…figure dell’ immaginario scolpite dalla luce. Solo in qualche punto di questa costa e’ l’ uomo artefice del paesaggio. Le ragioni sono le solite, quelle di sempre: dominare e difendersi.

Su ogni capo che si spinge nel mare sorge una torre, una fortezza diroccata. Vegliano ancora oggi la torre di Turghio sullo strapiombo di Capo Rosso e quella di Orchino, a pochi minuti da una delle spiagge piu’ nascoste e affascinanti dell’ isola, Chiuni. Poi il torrione di Omigna e quello di Cargese che ospito’ una colonia di greci, sbarcati a Porto Monachi il 14 marzo 1676. Fu un esilio assai tormentato, il loro; non era bastato che i turchi li cacciassero dal Peloponneso, perche’ anche la protezione concessa dalla Repubblica di genova sarebbe durata solo mezzo secolo. La rabbia dei pastori corsi, che avevano dovuto condividere con i greci i pascoli, era esplosa il 29 aprile 1731.

I greci fuggirono verso Ajaccio mentre le loro case bruciavano, cosi’ come i frutteti e le vigne che avevano piantato a Paomia. 
Alcuni anni dopo, il governatore francese decise di impiegarli per costruire Cargese. Ecco perche’vi si praticano ancora culti ortodossi, ecco perche’ e’ differente da ogni altro paese dell’ isola, geometricamente regolare, con vie diritte e case piccole e basse. Perche’ fu concepito da ufficiali del genio militare francese. Gli attriti tra la comunita’ greca e quella corsa cessarono a meta’ dell’ ottocento, dopo che i “nuovi arrivati” ebbero disboscato il littorale attorno a Gargese per coltivarlo a ulivi.
Guardando dall’ alto la costa attorno a Porto, dalla massiccia fortezza genovese di Capo d’ Orto oppure dalla torre quadrata che sorveglia l’ accesso via mare al piccolo abitato, o ancora dal fortino di Girolata, che proteggeva la rada e le navi in essa ancorate, si comprende con quanto accanimento i genovesi difendessero approdi e possedimenti. E con quale astuzia, Tanto che un’ espressione dialettale corsa suona ancor’ oggi cosi’:”Un’ ci capisci mancu un Ghjinuvesi”, per dire di una situazione troppo difficile da sbrogliare, da capire.In fondo, un attestato di stima dei Corsi verso gli antichi dominatori.

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