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domenica 26 gennaio 2020

NAPOLI, DI TUTTO E DI PIù

Intriganti, continui contrasti, fra l’atmosfera marcescente dei carugi, antichi palazzi angioini, ancora imponenti nonostante l’incuria, il gotico e il barocco di certe chiese,  chiasso, confusione,  turisti coreani che fotografano anche i muri,  un tizio silenzioso e lungo che mi guarda dalla soglia di una bottega, due fidanzati che si fanno un selfie sullo sfondo di un bar.
Caos e disordine che a ogni angolo, ingentiliti dal verde di un rampicante o dall’immagine di un’Antica edicola votiva, creano il miracolo d’un emozione nuova, diventano bellezza. 
Ad ogni nicchia d’androne, sulla soglia di bar, pizzerie e botteghe dove il tempo sembra essersi fermato all’epoca di Re Ferdinando, le proposte dei venditori ambulanti, il vocio costante dei capannelli, l’impagabile, unico spirito arguto e leggero dei guitti napoletani.
In alto, fra le finestre, lunghi festoni di camicie e pantaloni appesi ad asciugare sembrano persone che si tengano per mano in attesa del girotondo.

Infiniti tesori, alcuni noti, come il Cristo Velato e la Cappella Sansevero, altri ignoti e sorprendenti come l’inattesa scena che ci si è presentata oltre un dimesso portale secentesco.
Ancora evidenti, le tracce di un’antica bellezza. 
Alle pareti, avvisi estemporanei scarabocchiati sui muri, il manifesto strappato di una mostra fotografica, una vecchia bambola di celluloide priva d’una gamba. 
Molto in alto, al lati dell’ingresso, stanno due seggioline appese a un chiodo. 
Chissà perché.
Non più la chiesa, non più la volta forse scomparsa per un crollo in tempi lontani,  forse una bomba della guerra. 
Davanti a noi una sorta di ampio cortile a cielo aperto. 
Sulla sinistra, il colonnato di una superstite navata. 
Sotto, un paio di vecchie credenze di recupero, un tavolo stinto, sedie spaiate, alcune occupate da buffi personaggi. 
Chi chiacchiera, chi sta in silenziosa contemplazione di...cosa non si sa. 
Sulla parete di destra, alcune alte nicchie, che in origine di certo ospitavano statue sacre, ora mostrano ciuffi di erbe spontanee. 
In una più piccola vedo la carcassa rugginosa di una Vespa 50. 
Sfiliamo accanto a un camerone, forse l’antica sagrestia? 
Un avviso verde a pennello comunica gli orari di una non ben specificata mensa. 
Sotto, una differente mano ha aggiunto a matita: “ Oggi pasta e ceci”.
Dal lato opposto, sotto le volte che un tempo proteggevano forse l’altare Maggiore, ci giunge un vivace chiacchiericcio. 
Ci avviciniamo e nessuno sembra far caso a noi, salvo un ometto segaligno vestito di scuro che per un momento ci segue con sguardo appannato,  intenso nella sua assenza.
Attorno a un vecchio tavolino da bar, a quanto pare è in corso una movimentata partita di carte. 
Quattro figure si agitano. 
Soprattutto una sembra particolarmente coinvolta. 
Lunghi capelli, bianchi e scarmigliati, un viso arrossato, il grosso naso domina un faccione da luna piena. 
Sporto in avanti, agita un braccio verso chi gli sta di fronte, berciando parole confuse, mentre l’altra mano batte a pugno sul piano sconnesso, facendo ogni volta sussultare carte, bicchieri e vecchie cose.
Tutt’attorno fa circolo una mezza dozzina di sostenitori, chi seduto su appoggi di fortuna, che in piedi o appoggiato ai muri. 
Senza parere, scatto, la mano appoggiata sulla Nikon appesa al collo.
Una varia, colorita umanità, una vera e propria Corte dei Miracoli, bizzarra rivisitazione partenopea dei Miserabili di Victor Hugo.
Una stramba comunità nata, credo, dall’occupazione spontanea e graduale di un edificio abbandonato.

Il Duomo, il tesoro di San Gennaro, i quartieri spagnoli, con la funicolare al Vomero, la Napoli sotterranea con le grandi cisterne scavate nel tufo in epoca romana e durante la 2da Guerra utilizzate come rifugi antiaerei, i resti del teatro romano, antichi presepi. Tanti mondi,  tutti con tante cose da raccontare, se sai ascoltare, se sai guardare e soprattutto se sai vedere.

Uno dei tre decumani della città, collega in linea retta Forcella con i Quartieri Spagnoli.
Un giro per Spaccanapoli è un percorso (a ostacoli) lungo la millenaria storia della città. 
Qui non ci sono solo i palazzi antichi, le chiese, ma anche le leggende e gli inconfondibili odori della cucina napoletana.
Non stupitevi di nulla: lungo il percorso di Spaccanapoli potrete incontrare splendide chiese e famiglie che vivono nei bassi ( modeste abitazioni ricavate al piano terra) , artisti-artigiani e abusivi che vendono di tutto.
Da un po’ di anni piccoli hotel e bed and breakfast sono sorti lungo il percorso, permettendo ai turisti di vivere Napoli proprio come fanno i napoletani.
Spaccanapoli è un budello stretto, in cui napoletani, turisti e motorini convivono, non molto pacificamente. 
Ma non c’è un luogo della città che potrà raccontarvi meglio l’anima di Napoli, la sua essenza che qui si svela senza trucchi. 
Spaccanapoli non è una cartolina turistica: è Napoli.
C’è un luogo davvero singolare, alla fine di Spaccanapoli, un Ospedale delle Bambole che dal 1840 si occupa dei giochi preferiti  di ogni bambina.
Se da piccoli avete avuto qualche problema a guardare film horror in cui la protagonista era una bambola assassina, magari limitatevi a guardare l’ospedale dalla vetrina.
Se invece di problemi non ne avete, entrate e godetevi questo meraviglioso viaggio nel tempo. 
Teste, braccia, piedi, occhi, un’intera anatomia delle bambole è disponibile sotto i vostri occhi: alcune bambole sono in cura da molto, altre solo di passaggio e presto torneranno dai loro bambini.
L’idea geniale venne nel 1840 a Luigi Grassi, scenografo dei teatri di corte e dei teatrini dei pupi, lavorava in una stradina di “Spaccanapoli”. 
Fu una mamma a chiedergli di aggiustare una bambola rotta e da quel giorno l’ospedale non ha smesso di curare i suoi particolari “malati”. 
Il nome venne da una persona del popolo che passando da fuori disse in napoletano, “sembra proprio l’ospedale delle bambole“. 
Luigi Grassi prese allora una tavoletta di legno e ci scrisse “OSPEDALE DELLE BAMBOLE” aggiungendo anche una croce rossa. 
Oggi l'Ospedale delle bambole si trova in Via San Biagio Dei Librai 39.

La sera, per tornare al BeB, abbiamo preso un taxi: l’autista Francesco pareva uscito da una commedia di Eduardo...
Come ho già scritto qui, i quartieri popolari di Napoli non sono “cosa per tutti”. 
Ovvero, per apprezzarli serve coglierne il sottile fascino decadente, trovare sintonia con esso. 
Scaturisce dagli edifici fatiscenti, dall’opulenza barocca di certe chiese, dall’infima povertà dei vicoli, dall’ironia che puoi cogliere nei sorrisi della sua gente, dall’apparente caos dei mercati, nelle infinite, minuscole botteghe.
Soprattutto, quando risali i carruggi  e ti trovi immerso in quell’atmosfera senza tempo, ovunque giri gli occhi su antiche pietre, senti crescere in te una sensazione forte che non può che sorprenderti. 
Senti e ti convinci che questa Napoli,  città un tempo fra le più ricche del Mediterraneo, oggi apparentemente fragile e marcescente, sia in realtà sempre esistita, qualcosa di unico e indistruttibile che sempre esisterà, a dispetto di tutto e di tutti, di guerre e di tiranni, di invasori, terremoti e bombardamenti.
Ti guardi intorno e in quelle ombre, in quelle luci tenui, nei tratti forti di un volto sanguigno, sotto le volte anguste  e buie di un vicolo, negli aromi  di un basso aperto sulla cucina, ti rendi conto di essere finito in un presepe cinquecentesco,  dietro le vetrine d’un museo.


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