1 Giugno 1972.
3 universitari un po' matti partono in Land Rover 88 ex British Army e Campagnola AR 59 ex-Enel, con rimorchietto ex-US Army munito di coperchio auto-costruito.
Insomma, tutta roba ex...qualcosa.
All'interno dell’appendice, 20 taniche in plastica robusta, usate all'epoca nelle case che riscaldavano con stufe a cherosene, 10 taniche per acqua, 3 gomme di scorta
(tutte le ruote erano 7,50x16), ricambi, attrezzi e masserizie varie.
Niente aria condizionata, ovvio, e neppure cellulari, tablets o GPS.
Soltanto alcune carte della Michelin e un pacco di mappe dell'Armée de terre Francaise più alcune indispensabili bussole.
Soprattutto, viaggia assieme a noi un’inarrestabile voglia di vedere, scoprire, conoscere, capire, imparare e ... migliorare (ma questa ultima cosa l’avremmo compresa solo negli anni a seguire).
Una voglia che non ci verrà mai meno.
Neppure quando l’acciaio dell’orologio diventa bollente al punto di doverlo togliere.
Neppure quando i jeans, i “capi tecnici” non sono ancora stati inventati, indossati fradici d’acqua, si seccano in pochi minuti come stoccafissi.
Per cucinare, un Primus in ottone e un Coleman americano, entrambi a petrolio, uno trovato in cantina, l’altro comperato usato.
Una pentola, un tegame e una grande padello completano l’equipaggiamento di cambusa, assieme a qualche posata fregata in casa e ai bicchieri militari di latta, oltre all’immancabile Bialetti da sei.
Io, però, dal momento dello sbarco in Marocco mi immedesimerò tanto nel ruolo di “esploratore europeo” (sì, ridete...ridete) da comperarmi un pentolino e per tutto il tour la mia giornata inizierà con una tazza di tè.
Per tre mesi percorriamo piste fra Marocco, Mauritania, Mali e una fettina di Senegal, addentrandoci anche su percorsi poco battuti.
Tanto che risulterà inevitabile perdersi un paio di volte.
Lì farà la differenza la ricca scorta di carburante e acqua.
Per dormire, due air camping e una grande tenda canadese Moretti (non quella della BIRRA) in tela verde di cotone.
Pesante ma comoda perché dentro ci puoi anche stare in piedi.
Tre mesi indimenticabili durante i quali abbiamo tutto il tempo di innamorarci cotti dell'Africa, nonostante qualche imprevisto fra cui una tempesta di sabbia che durerà
sessanta ore (!) che trascorremmo chiusi in macchina, occhiali da moto sugli occhi e kefiah bagnata attorno alla testa.
Mangiando sabbia, bevendo sabbia, respirando sabbia e dormendo accucciati sui sedili.
Quando tutto finì, ci sembró d’uscire dalla centrifuga di una lavatrice.
All’esterno il mondo era cambiato, la pista era sparita e una fiancata della Campagnola aveva perduto la vernice e la lamiera scintillava al sole.
In quell’occasione, Daniele riveló un’insospettabile, ricco vocabolario di termini molto coloriti e originali.
Intere giornate sul colle ondulé cercando la velocità più giusta per ballare di meno (di solito fra i 70 e gli 80) e la sera stesi sotto le vetture a stringer dadi.
In seguito ci tornai altre volte, in Africa, sia nel nord che all’estremo sud.
L’ultima è stata nell'ottobre del 2018 con Zingara, Range Classic del ‘90 e sovrastante Maggiolina, festeggiando i quasi 50 anni del mio amore per un continente unico.
Per un deserto, che ami e insieme detesti.
Perché non puoi soltanto amare un luogo dove di giorno hai anche +50 e la sera ruzzoli quasi allo zero.
Un luogo che ti ammalia per i suoi colori unici, per l’aria che pare scarnificata tanto è asciutta.
Un luogo che tuttavia nasconde vipere della sabbia e scorpioni lunghi un palmo.
Un luogo intrigante e unico, grande quanto l’Europa che ti può uccidere, se non fai attenzione, se abbassi la guardia.
Ma che comunque ami.
È amore per la sua gente che sembra esser sempre stata lì fin dalla notte dei tempi.
Gente di solito meravigliosa, per il suo modo di essere.
Anche quando è un po' furbetta.
Anche quando un ragazzo ti frega dalla macchina il 135mm della Asahi Pentax ma su “invito” del capo-villaggio te lo riporta. Perchè - dice l’uomo - non si trattano così i forestieri.
Anche quando a volte le persone si mostrano infastidita ( e le capisco) dalla presenza di europei che, secondo loro, probabilmente dovrebbero restarsene a casa.
Che lo si voglia o no, l’Africa ti entra nelle vene e non importa se ci sei stato una dozzina o più di volte.
Perché ... Ex Africa semper aliquid novi, scriveva Livio il Vecchio, in Africa trovi sempre qualcosa di nuovo.
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