Il nero della notte stempera lentamente in un azzurro limpido e virginale come la veste di un bimbo, mentre dal buio graduelmente affiora il profilo delle case e noi dirigiamo verso l’ autostrada. Mi piace guidare nella citta’ che dorme, sentirmi protagonista attivo, non succube dei semafori, schiavo di un traffico sgarbato e ruvido.
Dove la Valle del Reno stringe tra alti crinali boscosi, l’ umidita’ ristagna. Ci accoglie la nebbia ma non mi disturba, perche’ so che sparira’ appena saliremo di quota. Infatti appena oltre Marzabotto ritroviamo il sole, anche se all’ orizzonte, verso le montagne e la Toscana, incombono fitte formazioni nuvolose e s’ addensano, di ogni sfumatura, dal bianco panna al nero, al grigio venato di arancio e viola.
Il piacere della montagna e’ un tessuto fatto di mille fili come quello del mare, quando preparavo la barca davanti a un orizzonte immobile e lattiginoso, nel silenzio che mi faceva sentire come se ogni cosa attorno a me fosse soltanto mia. Il lieve sbattere delle drizze contro l' albero, l’ odore salso e sapido della sabbia bagnata, il pigolare garbato di qualche gabbiano che galleggia nell’ aria. Mentre le mani attendono a operazioni di routine, la mente gia’ pregusta il momento in cui scivoleremo sull’ acqua liberandoci da ogni vincolo che non sia il vento e la gran massa viva in movimento sotto di noi.
Il sole e’ basso sull’ orizzonte, gioca sui crinali verdi di piante e crea tra le nuvole barbagli screziati di ogni colore. Lunghe ombre appiattite nascono dai nostri scarponi, si allungano e ci accompagnano passo passo, senza disturbare il silenzio antico di infiniti, piccoli suoni.
L’ emozione forte, quella che scende dentro e scorre come acqua fresca in gola, arriva ora, sul sentiero, ma il piacere piu’ sottile nasce molto prima, a casa, quando con i gesti lenti di chi assapora un buon rhum scelgo lo zaino piu’ adatto e dall’ armadio estraggo cio’ che portero’ con me. Le dita si muovono tra cose note ma la mente e’ gia’ lassu’. In anticipo mi godo sensazioni complesse di una realta’ integra, imminente e certa, non ancora intaccata da un presente in divenire.
Giacca e copri-pantaloni in goretex, pile, camicia, maglia e calzettoni di ricambio in microfibra, guanti, cuffia, occhiali, pronto soccorso e torcia frontale Spetzl a led, ghette, borraccia e coltello, fornellino Markill a butano (il migliore al mondo), mappa, telino impermeabile, tegami in duralluminio, tavolette energetiche e poche altre cose. Tutto insieme sono quei dieci, irrinunciabili chili che anche per un’ uscita giornaliera vengono sempre con me quando vado in montagna. Gia’ ci ho provato a escludere qualcosa, per sentirmi fatalmente come fossi senza mutande.
Se poi si pernotta fuori, vanno aggiunti almeno amaca di nylon e mini-sacco a pelo in Primaloft, ultimo nato tra le fibre Bayer. Refrattario all’ umidita’ e leggerissimo, ha finalmente permesso di realizzare un sacco del peso di soli 700 grammi e di minimo ingombro (25 cm di lunghezza per 16 di diametro) e con una protezione termica fino a –3°. Un sacco-notte che e’ possibile portare costantemente nello zaino e rappresenta una grossa sicurezza in piu’ di fronte all’ eventualita’ sempre possibile di un bivacco forzato.
Per questa escursione abbiamo scelto un percorso breve e facile: un anello della durata di circa tre ore che ci riportera’ nei pressi del rifugio di Monte Cavallo, in comune di Granaglione, provincia di Bologna a 1284 mt slm. La massima quota che raggiungeremo sara’ invece attorno ai 1450 in direzione ovest, verso il Corno alle Scale.
Attorno a noi il bosco ceduo di mezzo fusto si presenta con un abito ben differente dalla precedente camminata di giugno. Allora il sole attraversava le folte chiome sovrastanti e tingeva l’ aria di verde chiaro. Oggi, invece, castagni, carpini, faggi e pioppi, spogliati dal freddo dei giorni scorsi, si mostrano scheletrici e nudi e tra loro spiccano le strisce piu’ scure del pino nero e dell’ abete.
Procediamo con passo frusciante su un tappeto giallo, arancione e bruno di foglie che a tratti il vento ha trasportato e accumulato: un morbido materasso in cui affondiamo alle caviglie.
Dove il sentiero muta in una larga carrareccia da boscaioli, lo scorrere della pioggia ha ripulito il percorso e raccolto il fogliame secco in ordinati mucchietti che sembrano l’opera di un giardiniere.
A questa quota la bassa temperatura notturna ha gia’ creato un paesaggio invernale, ben differente da quello che abbiamo lasciati in fondo valle dove gli alberi hanno appena iniziato a colorarsi delle tinte autunnali. Sul terreno, dove una moltitudine di funghi non commestibili gioca a rimpiattino con i cespugli di mirtillo, caprifoglio e pungitopo, incontriamo frequenti tracce del raspare disordinato dei cinghiali, a tratti cosi’ vigoroso a profondo da sembrare il lavoro di un aratro.
Tratti di terreno asciutto, perche’ roccioso, drenato o esposto a vento e sole, si alternano a zone piu’ in ombra, umide e fangose che ci obbligano a un procedere serpeggiante e cauto. Alla mia destra un rapido movimento attira lo sguardo verso il corpicino agile di uno scoiattolo in corsa verticale al nido. Sara’ l’ unico avvistamento di oggi, in un mondo in rapida preparazione alla pausa invernale, quando la montagna si coprira’ di neve e ghiaccio.
Aiutati dalle macchie bianco-rosse dei segnali di sentiero, procediamo ora attraverso una splendida faggeta di recente ripulita con un sistematico lavoro di taglio.
La luce bianca scende dall’ alto, gioca sui tronchi lisci e chiari, li bagna di un pallore perlaceo che ne accentua le forme plastiche e sinuose e rende l’ immagine ancora piu’ contrastata e suggestiva.
Per lunghi istanti resto a guardare e penso. Penso che l’ ampio pendio ad anfiteatro che mi sovrasta non pare un comune bosco ma piuttosto un luogo abitato da creature vive e in movimento, sorprese immobili nel momento di una sosta.
Mezzogiorno e’ passato da poco, quando arriviamo in vista della solida sagoma del rifugio, preceduta dalla lunga tettoia dell’ area attrezzata per picnic. Il bivacco e’ sul retro, indipendente e sempre aperto, anche durante i periodi di chiusura del rifugio ma non siamo soli e l’uscio semiaperto del bivacco riflette il baluginare del fuoco acceso.
E’ alto e magro, avvolto in abiti di provenienza militare, dagli anfibi ai pantaloni al maglione. La testa e’ coperta da una sorta di multicolore cuffia fatta ai ferri che copre e contiene cranio e capelli conferendogli una buffa forma a lampadina.
Il locale, pavimentato in rozza pietra resa scura dall’ uso, e’ ampio e dominato dal camino, sulla parete di fronte all’ ingresso. Al centro e’ un tavolo in legno massiccio, mentre alcune scansie reggono poche attrezzature da cucina, bicchieri di plastica, barattoli e scatole lasciate forse da precedenti avventori. La luce grigia che entra dalla finestrina gioca con i riflessi dorati e rossi del fuoco e conferisce all’ ambiente un’ atmosfera da caverna, primordiale ma calda ed accogliente Sui rozzi alari poggia una pentola d’ acqua, in tavola alcune bottiglie e una manciata di castagne arrosto dall’ aria vetusta.
Traffica in un angolo, il nostro occasionale compagno di bivacco, tra cartocci e scatole dalle quali spuntano spaghetti, ortaggi e qualche tegame. Intanto ci osserva di sottecchi e io faccio lo stesso, mentre dagli zaini estraiamo il necessario per cucinare il pranzo. Quel viso scarno, lo sguardo scanzonato, a un tempo serio e allegro gia’ l’ ho visto. Lui mi fissa e sorride di un sorriso appena accennato che pero’ raggiunge gli occhi chiari e li illumina.
“Si’, ci siamo gia’ visti, proprio qui, me lo ricordo. Ora…mi riconosci? “ Alza una mano e sfila il cuffione, dal quale scende a pioggia una massa lanuginosa di capelli alla Rasta.
Avrei dovuto riconoscere la vecchia Diane parcheggiata fuori ma ora l’ inconfondibile capigliatura me lo riporta alla mente. Si chiama Asteroide, di cognome, e’ di Porretta e ama girovagare per queste montagne, che forse considera la sua vera casa.
Lo incontrammo proprio qui, circa un anno fa. Era domenica, il rifugio aperto e lui stava finendo di pranzare. In quell’ occasione eravamo in tanti e non ci fu l’ opportunita’ che di una conoscenza molto superficiale. Nonostante cio’, di lui mi aveva colpito l’ atteggiamento a un tempo interessato e distratto, come se a volte l’ attenzione s’ allontanasse sull’ onda dei pensieri.
Gli piace mangiare e cucinare, questo lo capisco subito, per come predispone ogni cosa con cura meticolosa, per come ne parla volentieri. Pero’ c’e’ una natura schiva, in lui, e riservata, che lo porta ad aderire a cio’ che avviene ma sempre tenendosi un po’ ai margini, quasi che in lui convivessero e si avvicendassero il desiderio di partecipazione e un antitetico istinto a defilarsi.
Alessandro, questo e’ il suo nome, si china sugli alari e con la disinvoltura della lunga pratica sistema altri legnetti sulle braci e vi sovrappone una coppia di asticciole inox che, dice ” … in origine servivano per sostenere una contro soffittatura. Io me li porto sempre con me per reggere il pentolino quando mi faccio da mangiare”. Si capisce che si trova spesso a cucinare sul fuoco di legna e che in questo bivacco trascorre molte delle sue giornate.
“Qui – aggiunge - capitano dei barboni; persone a volte strane ma dalle quali si puo’ imparare molto per vivere con poche cose: loro hanno dovuto imparare a una scuola molto dura e difficile. Per esempio, lo sai perche’ usano soltanto cucchiaio e coltello? Perche’ tra i rebbi della forchetta e’ difficile pulire e ci s’ annidano i germi”.
Traffico anch’io sul fuoco, per rendere commestibile una confezione liofilizzata di carne e chili, cui va aggiunta soltanto acqua.
“E’ poca roba, pero’ - borbotto io, mentre sulle brace rimescolo con un bastoncino – bisognerebbe aggiungerci qualcosa, o per noi non bastera’ “.
“…e tu mettici un po’ di questa – interviene Asteroide, allungandomi una scatolina di cartone – Cuoce in tre minuti e vedrai che male non ci sta”.
Grattoni all’uovo, dice l’etichetta. Ne butto due manciate nel sugo e lo guardo addensarsi, prendere la giusta consistenza”.
Dalla finestrina semi aperta entra il sibilo robusto del vento che soffia alto, sopra gli alberi e il tetto. D’un tratto il rombo di un motore e un attimo dopo compare uno dei piu’ assidui frequentatori di Monte Cavallo. Lo chiamano Chiodo ma il suo nome e’ Ileano. Raccoglitore di minerali e di funghi, e’ difficile salire da queste parti e non trovarlo intento a far chiacchiere con qualche avventore.
Ha portato una larga fetta di pancetta fresca di maiale che intende cuocere sulle braci, Di griglie, in un angolo, ce n’e’ un’ intera collezione: vecchie, contorte e provate dall’ uso, come tutto qui, del resto, e, come tutto, votato alla semplicita’ piu’ minimalista.
Bastano due minuti perche’ la pancetta sfrigoli gagliarda davanti al fuoco, tenuta in verticale da una griglia a due valve. Il grasso cola da un lato e finisce dentro a un barattolino messo da Asteroide “…cosi’ prendiamo due piccioni con una sola fava: evitiamo che vada a sporcare e verra’ buono come lanterna; un pezzetto di laccio da scarpa fara’ da stoppino”.
L’ ambiente, avvolto nella penombra, e’ saturo del profumo aromatico e dolce del maiale e di quello asprigno della legna che arde. Ondeggio sulle gambe posteriori dell’ unica, sgangherata sedia, rilassato mi guardo intorno e la voce dei miei compagni scivola sullo sfondo di un momento stranamente speciale. Non facciamo nulla di strano, nulla di eccezionale, rifletto, semplicemente mangiamo qualcosa insieme. Poi capisco che l’ essere “speciale” sta proprio nell’ estrema semplicita’ delle nostre azioni e nell’ esiguita’ dei mezzi a disposizione. E’ l’ immagine primordiale, senza tempo, di un gruppo di persone che soddisfano insieme almeno tre necessita’ fondamentali: proteggersi dal freddo al coperto e davanti al fuoco, mangiare e scambiarsi esperienze godendo della rispettiva compagnia.
Sto bene, benissimo, pervaso dalla sensazione che noi tutti, qui, si sia creato una sorta di ponte sull’ abisso del tempo che ci separa dai nostri antenati che, migliaia di generazioni fa, ripetevano ogni giorno gesti simili ai nostri e provavano analoghe sensazioni. E’ davvero paradossale che l’ uomo cerchi con tanto accanimento e frustrazione la felicita’ e il piacere che sono a portata di mano, nelle cose piu’ antiche e semplici che qui, oggi, accomunati dallo stesso amore per la montagna e per la natura, abbiamo celebrato in un inconsapevole rito di fratellanza. Resta, come spesso mi accade in analoghe circostanze, il rimpianto di non aver potuto condividere questa esperienza con altri amici lontani che, come me, avrebbero saputo apprezzarne la schiettezza.
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