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In queste pagine potrete trovare racconti, diari di viaggi, articoli, poesie e fotografie di mia produzione, così come composizioni di altri Autori che hanno suscitato il mio interesse o la mia curiosità.

domenica 26 gennaio 2020

BONIFACIO, NAVE PIETRIFICATA

All’estremo sud della Corsica, Bonifacio si erge solitario sul promontorio calcareo. 

Non armonizza con il resto dell’ isola, questo antico borgo genovese i cui abitanti parlano un arcaico dialetto ligure e infatti verrebbe da alzare lo sguardo per avvistare sullo sfondo il doppio lampo del faro di Genova per quanto ogni pietra, ogni angolo ricordano la Liguria. Le massicce muraglie color senape che racchiudono la cittadella sembrano ancora temibili, come inespugnabili dovevano essere apparse ai pirati turchi nel ‘500. Bonifacio domina il selvaggio territorio che lo circonda, le falesie a strapiombo, la terra arida, i cumuli di pietre su cui fioriranno lentischi e rosmarini, come una nave pietrificata.

La primavera e’ agli esordi, cosi’ che i colori appaiono ancor piu’ crudi e aspri. Mi aggiro tra vecchie pietre, le mani appese alle macchine fotografiche, respirando il fascino di quei luoghi antichi, l’ odore di macchia, il sapore di un mare oramai avaro. Una tramontana non sgarbata arruffa olivi e corbezzoli, il selciato medievale riecheggia grida genovesi.
Sono solo. In me l’inquietudine di non poter dividere tutto questo con qualcuno.
Cale deserte. Godo di una pace che confina con la desolazione e sento che e’ il momento migliore per vivere questa terra.

Spira un’aria corsara lungo i vecchi bastioni erosi da un vento salso che qui attorno non manca mai. 

Non e’ tanto che la legione straniera se n’e’ andata da Bonifacio, da meno di vent’anni, lasciando come ricordo solo alcuni tedeschi usciti dai ranghi e sposati con le ragazze del paese. Il centro storico e’ circondato di strutture potenti, architetture marziali che gli conferiscono un’atmosfera da avamposto, ultimo baluardo all’ avanzata del barbaro invasore.

Il silenzio e’ spettrale, vorrei poterlo fotografare ma posso soltanto assorbirlo nella pelle. L’atmosfera e quell’assoluto di pietra mi ricordano il Deserto dei Tartari e un Giuliano Gemma la cui consueta mancanza di mimica una volta tanto ben si confa’ al ruolo dell’ ufficiale duro e taciturno.

Cannoni arrugginiti cui l’aria salsa ha conferito il colore e l’aspetto di sfogliatelle al cioccolato, torrette e casematte: una visita a Bonifacio inizia dalle sue strutture di difesa. Per un’ erta rampa entro in paese dalla Porte de France. A destra si cammina verso la punta piu’ occidentale del promontorio. Rasento il municipio e varie caserme dall’ aspetto abbandonato. Due, invece, sono divenute alberghi. Uno sembra accogliente e si chiama, vedi un po’, Genovese.

Seguendo i bastioni arrivo alla seconda porta, la Porte de Genes (ci sarebbe in circonflesso ma sulla tastiera non lo trovo), un doppio, poderoso portale con ponte levatoio e carrucole. Proseguendo nel giro delle mura, la Rue du Portone conduce alla Place du Marché, affacciata sul mare delle Bocche. Qui le mura scendono a capofitto sulla falesia, regalandomi lo spettacolo della scogliera imbiancata da un mare combattivo e forte. Il circuito termina contro il Torrione, restaurato una quindicina d’ anni fa, di fianco alla chiesa di San Domenico, costruita dai Cavalieri Templari. Li’ accanto una ripidissima scala incide la falesia fino al mare, ricordo di un inutile assedio del 1420 da parte di Alfonso di Aragona, dal quale oggi prende nome, poi via di fuga per i legionari stanchi di corvée. Stranamente la scala e’ transitabile a pagamento, riservata a chi proprio non soffre di vertigini. 

Percorro il silenzio di quelle strade anguste. Sfilano ai miei fianchi lunghe file di casette strette le une alle altre come a difesa di un vento che s’ ingolfa tra le persiane inquiete. Le scuote sui fermi col ticchettio di tacchi nervosi, alza due sacchetti di plastica, che ondeggiano verso di me e barcollano come metafisiche foglie di un viale inesistente.

Rue Longue, Rue du Palais de Garde, Rue Archivolto. Negozi, botteghe, ristorantini e vicoli contorti che scendono a gradinata. Fuori stagione Bonifacio parla il linguaggio delle pietre, solitario e ventoso. E’ difficile trovare interlocutori – mi dico – tra vie belle ma deserte, ho voglia di arrotare il mio francese e mentre mi guardo intorno incontro uno sguardo curioso e canzonatorio. Marcel Turnayre, si chiama, bonifaciano purosangue, proprietario di “ U Castillè”, ristorante in Place Montepagano. Davanti a un bicchiere di rosso di Sartène, Marcel racconta della Cittadella, di quando brulicava di militari, della ressa estiva, di belle donne passate di li’ e dell’ isola Cavallo, un tempo presidio di miliardari e ora preda delle speculazioni. Mi dice di Lavezzi, informe cumulo di massi granitici che a primavera si copre di fiori viola, e di Piana, la piu’ piccola delle isole, da raggiungere a piedi quando il mare collabora partendo da Punta Sperone, camminando in una rada non piu’ profonda di un metro. 
Sembra non voler piu’ smettere, Marcel, e nel suo raccontare si anima e gesticola, poi scompare e ritorna con un coltellaccio e due salamini nodosi e scuri. Dal francese scivola in un italiano dolce che smussa le consonanti e rende piu’ sonore le vocali, poi qualche parola della sua strana lingua. 

Tu es mon remède à la solitude, cher ami – sbotta, ridendo – l’ antidoto alla solitudine di un momento di malinconia”. E non vuole un franco.

Per un attimo, mentre la bottiglia tintinna sull’ orlo del mio bicchiere lo sguardo s’appanna di tristezza e le labbra si stirano quasi a contrastare il sorriso. D’ istinto mi vien da chiedere, poi mi trattengo e fermo la domanda con una fetta di salame piccante.

CORSICA

Un’unico monolitico blocco di granito. Cosi’ appare la Corsica la mattina in cui il traghetto mi porta in vista delle sue rive rocciose. Mille chilometri di coste, dice la guida che sto sfogliando, con belle spiagge di sabbia bianchissima che in questa stagione di fine inverno dovrebbero essere assolutamente deserte ma anche con cime che superano i 2700 metri. Al momento pero’ vedo solo alte rocce che incombono su un mare color del petrolio grezzo. Una foschia sfuma e nasconde cio’ che sta appena sopra il livello del mare. Mi appoggio al legno della balaustra e osservo Bastia avvicinarsi lentamente. A pochi passi da me, due bambini si agitano attorno a una donna grassoccia e carica di borse e sacchetti. Si sta bene, li’ a poppa. La maggior parte dei passeggeri e’ ancora in cabina o si accalca al bar per un mediocre cappuccino. Ne approfitto per godermi il silenzio intriso di mare e del pigolare evanescente dei gabbiani che ondeggiano sulle nostre teste. Ho dormito in coperta, in un punto strategico, ben riparato sia sopra sia ai lati. Una lastra di espanso per rispetto alle ossa, sacco piuma per stare caldi, un piccolo cuscino per la cervicale. Nello zaino, torcia, cambusa, acqua, necessaire, binocolo e un bel libro, oltre all’inseparabile cappellino alla Jack Nicholson. Sul fuoristrada, all’altra estremita’ del ponte di coperta, inaccessibile fino a quando non attraccheremo e’ rimasto il resto del bagaglio: tenda a igloo, abbigliamento sia estivo sia invernale, fornello e lampada a gas, una grossa tanica di acqua, pentola, padella e ammennicoli vari. Insomma tutto il necessario per vivere autonomamente la breve vacanza di una settimana in solitario. Ho deciso cosi’, per avere massima liberta’, sganciato, se lo vorro’, da alberghi e ristoranti.


Bastia si trova all’estremita’ della fertile pianura della Marana, tra una larga valle detta U Fanghu dove si sono sviluppati i quartieri nuovi e una profonda insenatura che ospita il Vecchju Portu, ben riparata da un alto promontorio dove fin dalla meta’ del trecento fu costruita una prima fortezza a difesa della citta’, per affermare la nascente potenza genovese sulla Corsica. La disposizione dei suoi quartieri e’ la chiave di lettura delle vicende che nei secoli hanno coinvolto la citta’, conferendole l’attuale impronta urbanistica. Attorno al fortino, che diventera’ la Cittadella, si sviluppa la citta’ nuova: a Terra Nova, che sotto Genova vedra’ insediarsi le famiglie fedeli alla Repubblica ligure. Ai piedi di questa collina, si trova A Terra Vecchja e cioe’ il quartiere del porto, con le chiese di San Ghjuvanni e San Carlu e la Piazza d’u Merca’, luogo d’incontro per eccellenza della citta’ medievale per pescatori e Corsi attratti dalla prospettiva di nuove ricchezze. Nei secoli successivi la citta’ ando’ estendendosi verso nord e verso sud, bloccata a ovest dalle alte colline della Serra d’u Pignu. A iniziare dal 18°secolo, nella parte nord inizia a svilupparsi la citta’ francese attorno alla bella Piazza San Niculau, davanti alla quale nascera’ quello che e’ oggi uno dei porti commerciali piu’ attivi dell’ isola e quello passeggeri. Lo sviluppo lungo i due assi si e’ accentuato e attualmente a nord e’ sorto un grande porto turistico, accanto all’antica zona industriale di Toga e a sud sono cresciuti i quartieri popolari fino ad inglobare i comuni limitrofi. Assolutamente da visitare la Cittadella, chiusa da alte mura del 16° secolo, con il palazzo dei Governatori, che ospita il Museo Etnografico, e la cattedrale di Santa Maria, fra le opere piu’ espressive, assieme all’oratorio di Santa Croce, del barocco mediterraneo. Lo sbarco richiede pochi minuti, anche perche’ la nave e’ semi-vuota. Appena fuori della citta’, la strada sale rapidamente e in pochi chilometri supera il costone che rappresenta lo scheletro del “dito”, la lunga penisola protesa verso la Liguria. Conto di visitare quella regione al ritorno.Ora preferisco puntare a ovest, verso Saint Florent (San Fiurenzu). Come arrivo al punto piu’ alto, circa 500 mt s.l.m., mi fermo. Nuvole grigie striate di bianco salgono veloci da est, schiacciate a terra da un vento tutt’altro che caldo, nonostante il sole. Sembrano scivolare sul terreno e anche su di me come bianche lingue impalpabili. Per pochi istanti ne faccio parte e ne avverto sulla pelle il contatto umido e vischioso. Non e’ una sensazione piacevole anche se per un attimo mi sento come nella pubblicita’ di un noto caffe’.


NEL NORD DEL CANADA CON UN DAKOTA

Winnipeg, capitale della provincia canadese del Manitoba; sono qui da un paio di giorni per lavoro. Inaspettatamente le cose si trascinano e mi vedo quindi costretto a restarvi per il fine settimana in attesa della conclusione, il martedi’ successivo. Sono in giro per la citta’, quando in un bar mi trovo a parlare con un pilota dell’ aviazione civile. davanti una Molson Canadian fresca al punto giusto vengo a sapere che vola per una piccola Compagnia Aerea, la Air Manitoba.
“Decolliamo tre volte alla settimana verso i villaggi indiani del nord – chiarisce l’ uomo - portiamo un sacco di roba che a loro serve: diecimila tonnellate all’ anno. Sai, usiamo vecchi aerei a pistoni, i gloriosi DC-3, ne abbiamo sei e sono ancora in gamba, le vecchie signore! ”.

La mattina dopo sono all’aeroporto con la mia sacca. “Il mio” aereo lo vedo subito: la pancia color acciaio e il dorso bianco-rosso-azzurro e la grande scritta nera “Air Manitoba”. Alle dieci il comandante e il mio nuovo amico, copilota, si presentano in t-shirt, bermuda e Ray Ban. Devono decollare alle undici con un carico misto in tutto tre tonnellate e mezzo da consegnare a Sandy Lake, 200 abitanti, 350 chilometri a nord-est. Il prezzo per salire a bordo e’ 200 dollari, anche se il volo non prevederebbe passeggeri ma a volte, se e’ di buon umore, il capo-scalo accetta in pagamento un aiuto per scaricare le casse. 30 minuti prima del decollo, il comandante si sistema ai comandi sorseggiando una coca e dal sedile di cuoio screpolato attende che il secondo faccia fare a mano un mezzo giro alle eliche per eliminare l’olio che potrebbe ristagnare nei cilindri dei due motori Pratt & Withney 1830 da 1217 cavalli e 14 cilindri ciascuno. Senza questa accortezza si potrebbe causare la rottura delle testate e una riparazione del genere costerebbe piu’ del valore dell’ aereo.
Il comandante accende i magneti e le grosse eliche a tre pale iniziano a girare, mentre nell’abitacolo si diffonde l’odore pungente della benzina bruciata e quello dolciastro dell’olio. I motori tossiscono, poi la tosse diviene un urlo e la carlinga vibra come se dovesse andare a pezzi. Un istante prima del decollo, il comandante si gira sul sedile, le cuffie della radio di traverso sui capelli biondi tagliati a cespuglio e grida sul frastuono dei motori le istruzioni di emergenza: 
“I salvagenti sono li’ sotto, l’ uscita d’ emergenza e’ qui di fianco, tanto non cadremo mai”. 
Il Dakota rulla goffo verso l’attacco della pista. Il ruotino di coda rende difficile la manovra con vento laterale e la coda ondeggia paurosamente. La cabina, priva di aria condizionata, sembra una sauna, cosi’ il secondo apre il finestrino e la corrente d’aria si incanala nella carlinga sollevando polvere e pezzi di carta. 

“ Dakota CF-CQT is ready to take-off!” urla il comandante nel microfono, poi da’ tutto gas. L’aereo, trattenuto dai freni geme e vibra con estrema violenza. Il contagiri un po’ ingiallito segna 2400 giri quando vengono mollati i freni. 600 metri di sobbalzi poi, raggiunti i 130 chilometri orari, ci stacchiamo da terra e ci infiliamo tra le nuvole con un rateo di salita di circa 300 metri al minuto per raggiungere la quota di 2000 metri alla quale ci stabilizziamo. Il paesaggio e’ un tappeto di conifere a perdita d’occhio. Ogni tanto piccoli specchi azzurri indicano dei laghetti. La pista di Sandy Lake compare come un dito grigio nel verde circostante: una lunga striscia di sabbia segnata da due file di fusti da benzina Il carrello esce con un inquietante stridore ma l’atterraggio avviene con insospettabile leggerezza. Ai margini della pista polverosa attendono 3 vecchi pick-up e un gruppo di nativi in jeans e camicioni a quadri, la pelle scura e i nasi adunchi dei loro antenati guerrieri. Come promesso do una mano a scaricare le casse dal grande portello posteriore e l’operazione si conclude dopo una trentina di minuti. Al termine compaiono due pacchi di birre fresche e intanto che il comandante si fa firmare i documenti delle merci ho il tempo di parlare con quello che nel gruppo mi pare il piu’ socievole. Si chiama Tom e mi dice subito che se mi voglio fermare li’, posso rientrare con lo stesso aereo che tornera’ con altro materiale 48 piu’ tardi: basta che mi metta d’ accordo con il comandante. Un posto per dormire non sara’ un problema: li’ sono tutti parenti e ci pensa lui a domandare in giro. Se poi voglio esplorare la zona o andare a pescare – dice Tom - posso prendere la sua moto, tanto lui lavora e non ha il tempo di usarla.
Il lunedi’, a bordo ci sono altri due passeggeri: due indiani diretti a Winnipeg per comperare cibo. Il comandante ci ha sistemati in coda, seduti su due casse. Dopo un’ora il DC-3, leggero e vuoto si infila in un temporale a 1200 metri di quota. Si balla forte e noi tre, senza cintura di sicurezza, infiliamo le unghie nella carlinga per non essere sbattuti ovunque. Piove: un rivoletto d’acqua penetra dal parabrezza e vibrando assieme a noi si snoda sul pannello del cruscotto, gira attorno alla bussola, lambisce l’altimetro e va a formare un laghetto dalle parti del contagiri. Come in ogni Dakota altra acqua entra dal portellone di carico. 
“Del resto – mi ricorda ridendo il comandante – anche le Jaguar sportive quando piove fanno acqua!”
L’ atterraggio questa volta e’ duro, c’e’ un forte vento laterale e arriviamo con la ruota sinistra: i piloti stringono forte la cloche e sembra stiano domando un puledro selvaggio, ma prima che la pista sia finita il nostro Dakota e’ di nuovo docile, a casa

NATURISMO A PUNTA CHIAPPA

Appena oltre l'incrocio con la statale, la strada si snoda  stretta e serpeggiante.  Alti eucalipti la ombreggiano. Le chiome trasandate e tristi   ricordano il salice e i tronchi a torciglione variegati di bianco si innalzano come colonne di tempio, il rosso bruciato della corteccia in nuance perfetta con quello più vivace delle querce da sughero appena scorticate.

Nove chilometri,  dice il cartello. Nove chilometri per arrivare  in cima alla penisola detta,  chissà perchè,  Punta Chiappa. Attorno a noi la macchia mediterranea imperversa,  si apre all' improvviso in vividi squarci di mare azzurro,  piccole lune di sabbia e scogli contorti poi si riappropria  del paesaggio,  rigogliosa e prepotente. Curve,  contro-curve,  dossi e avvallamenti e qua e là, scorci subito scomparsi di basse ville  nascoste nel  verde. L'asfalto  sembra continuare all' infinito poi, finalmente,  ecco il villaggio (Village La Chiappa, F-20137 Porto Vecchio - Corsica), la nostra meta. Sappiamo che i boungalow sono molti e  sulla destra s'intravede l'area destinata a  campeggio ma ogni costruzione è bassa  e ben si mimetizza  nella vegetazione rigogliosa al  punto tale che  alla prima, superficiale occhiata,  sembra che la reception stia a guardia di un bosco.

Lentisco e  mirto, erica e corbezzolo, arbousier in francese, ginestre, ginepri e roverelle,  e piante aromatiche come il cisto  e il timo  e il camedrio arboreo e il rosmarino la fanno da padroni, qui, in un apparente disordine che ha il sapore  e i profumi di terre lontane e antiche.  Non per nulla  a un'ora di cammino, lungo un sentiero scavato nella macchia, c'è una splendida,  piccola spiaggia di sabbia bianchissima chiamata Tahiti.  La incorniciano alte pareti di roccia  rosata e un mare  assurdamente blu, trasparente come vetro.

Entrando nel villaggio  s'apprezza subito il silenzio come qualcosa di tangibile.  Colgo il  fruscìo del mare  sulla spiaggia,  il pigolare lontano  di un gabbiano,  lo scalpiccìo attutito  delle persone  che percorrono i viottoli interni che collegano le varie zone del villaggio,  verso il mini-market da una parte o verso il bar-ristorante dalla cui bassa terrazza  si domina l'elissi della spiaggia.  Sulla destra è la grande piscina e il lettini  del solarium,  nascosti tra grandi massi di roccia  e cespugli fioriti  di  rosa e di azzurro. Una grande aloe  getta orgogliosa al cielo il suo altissimo fiore simile a un albero,  bouganvilleas e hibischi esplodono colori assurdi  sulle croste brune di un vecchio muro.

Boungalow essenziale ma piacevole: non manca nulla di ciò che davvero  serve.  Letti duri, pareti color crema,  da una parte la cucina in muratura così come due armadi a ripiani,  perfino abbondanti per l'esiguo guardaroba  di chi sa già che trascorrerà le giornate senza nulla addosso che non siano occhiali da sole  e sandali infradito. Sul davanti la veranda con tavolo e poltroncine.  Un coppo in coccio, che funge da lampada, spande sulla parete caldi riflessi d'avorio.

Alla forcella di un  grosso  ramo di corbezzolo vedo incastrata di piatto una bottiglia da minerale. "Guarda tu quanto è  maleducata certa gente"  - borbotto,  prima d'accorgermi che la plastica  è tagliata lungo il lato superiore. L'interno,  colmo a metà  d'acqua,  funge da mini abbeveratoio. Un tremar di foglie,  un rametto flette sotto il peso  di due uccellini che in un paio di saltelli  tuffano il becco per dissetarsi. Quanto sono  buffi e dolci,  penso, e resto ad osservarne i brevi movimenti scattanti. Penso anche che sarebbe una simpatica pubblicità per qualunque acqua minerale che, orgogliosa,   potrebbe mostrare  di essere  a tutti gradita…perfino agli uccelli!

Nudo,  assaporo il piacere  di esserlo,  senza timore  di scandalizzare,  senza alcun senso d'imbarazzo.  Piacere primordiale, forse qualcosa  che mi viene da lontano,  retaggio di  qualche antenato cavernicolo? Non so  e francamente neppure m'importa. So solo che  sto bene, benissimo. In piedi, sul limitare della veranda,  assorbo con la pelle  e con i sensi l'ambiente che mi circonda,  ne studio l'armonia,  mi riempio  della sua pace.

La cambusa piange. Decisamente serve sperimentare la disponibilità del market.  Cinque minuti  e ci sono,  intanto che Anna  finisce di sistemare le nostre cose. Vedo subito  che c'è un po' di tutto. Riconosco etichette note,  ne studio altre  mai viste prima:  scatole e vasetti di  patè di varie carni, dovizia di marmellate locali a base di castagne, perfino couscous algerino già pronto e condito con verdure:  basta solo scaldare. Boh! Al reparto biscotti il mio sguardo coglie il passaggio  di una signora mora che spinge un carrello.  Niente di strano,  salvo il fatto che indossa solamente sandali e un cappellino Nike. Mi  supera un uomo corpulento dai chiari tratti  germanici; educato chiede permesso e si serve di piselli e fagioli borlotti. Lui, non ha neppure il cappellino. Come  me,  del resto.

Buffo,  sì,  davvero  buffo aggirarsi  tra i banchi   completamente nudo, mentre  una ragazza e un giovane in  divisa verde  dispongono merce al suo posto. "On a plus de  fromage de chèvre,  n'est pas?"  osserva il secondo, io passo loro accanto,   la ventola del banco frigo si porta via la risposta della collega e mi spara addosso una ventata di gelo. Quelli neppure  si girano a guardarmi,  anzi credo non mi abbiano neppure visto. In fila alla cassa siamo in quattro,  nudi naturalmente.  Un ragazzo foruncoloso e magrissimo  mi chiede in francese  di allungargli un sacchetto,  due  vecchie rosse come peperoni chiacchierano animatamente in tedesco  ma sembrano  ordini sparati alla truppa. Tutto normale,  quindi.

Rientrando con i sacchi della spesa, passo dalla spiaggia; è   troppa la curiosità e non voglio aspettare  fino a domani. Anche se  il sole sta scendendo e l'aria  si fa  fresca. C'è ancora gente che s'attarda in riva al mare,  famiglie con bambini,  alcune coppie,  due anziani panzuti trafficano sul bagnasciuga attorno a un piccolo gommone. Qualcuno  ha gli slip,  una bella ragazzina porta il  bikini completo ma gli altri  non indossano nulla,  ognuno si  fa i fatti propri,  c'è chi parla,  chi legge e chi  sta steso sui teli per cogliere gli  ultimi raggi  prima che il sole scenda dietro gli alberi. Francesi,  molti italiani,  tedeschi.  Altri Paesi non vedo rappresentati. Mi pare siano tutti educati, niente strepiti,  nessuna traccia  di radio ma solo qualche walkman.

Trotterellando sulla sabbia arriva un buffo tipo di mezz'età così combinato:  cappellino da baseball,  marsupio stretto in vita, zainetto ben fermo sulle spalle,  calze  e scarpette da footing. Quando mi passa accanto,  lo sguardo  concentrato fisso in avanti,  lo sento sbuffare,  mentre … come dire … la sua dotazione sobbalza    al medesimo, gioioso ritmo, appena sotto il marsupio.  Lo vedremo passare di lì ogni giorno, stessa ora, stessa  montura, stesso sguardo determinato e compreso.

Cena al  lume di due candeline gialle alla citronella:  qualche zanzara c'è e se vogliamo prendercela calma è meglio cautelarsi. E ci spalmiamo anche di autan. Insalatona di pomidoro e cetrioli,  olive nere e formaggio di capra: quasi una greek salada,  quindi,  ma in terra corsa. Anche una baguette che tira come fosse nata in casa Pirelli. Ma chisseneimporta! A tratti dal boungalow  più vicino, che appena distinguiamo nel fitto della macchia,  giungono  rumori attutiti  di qualcuno  che come noi sta cenando.  Tra i cespugli un movimento cauto,  un'ombra si sposta lenta. Guardo meglio.  è un gatto e sembra grosso,  folto il pelo, ben gonfia la coda.

"Dai,  vallo a conoscere". Mia moglie sorride, mi conosce,  sa che non so trattenermi dal  tentare una carezza a un gatto. Piano piano m'avvicino,  vedo che un lungo guinzaglio lo trattiene. Allungo una mano,  lentamente. Lo guardo. Mi guarda. Occhi liquidi e immensi,  color dell' uva chiara fissi nei miei.  Inarca il dorso verso terra come solo un gatto sa fare quando si sottrae al tocco, senza strappi, senza inutili sprechi energetici, quel tanto da evitare la carezza appena di pochi millimetri. Però non scappa,  annusa le dita e percepisco il fresco umidore del suo naso.

"Kleo… KLEO! Dove sei?" Compare una ragazza,  rimane un attimo sorpresa.  Non mi aveva sentito. Ma poi sorride. è così che conosciamo una coppia  di  vicino Varese,  Tatiana  e Alessio.  Giovani,  simpatici e prossimi,  purtroppo, al termine della loro vacanza corsa iniziata  quasi due settimane prima. La sera  successiva,  Anna ed io festeggeremo il mio compleanno, così ho pensato  al ristorante del villaggio.

"Ou vous  preferez la table?"   domanda il cameriere,   sopravanzando la musica del  trio  più  solista  che si sta esibendo poco più in là. Dove preferisco la tavola? Mah…. "Pas trop près de la musique" replico io. La musica mi piace molto e pare che questi se la cavino  pure bene,  ma  vorrei anche poter parlare,  mentre sto a tavola. Ride,  l'uomo,  e si affretta a chiarire  che la musica c'è solo   questa sera. "Pas de musique,  demain, monsieur".  Niente musica,  domani e neanche nei prossimi giorni …mmm…peccato, peccato davvero.

"Au bord de la mer?  Andrebbe bene ai bordi della terrazza,  davanti al mare? " Accidenti…come del resto molti altri  isolani, anche il cameriere parla un decente italiano ma almeno ho fatto un po' di esercizio. La luce cala rapida,  toglie colori e identità agli alberi e tinge l'acqua come petrolio. Appena fuori della baia,  scivola spettrale e lento un grosso gommone nero.  Nero è il motore  fuoribordo, neri gli uomini fasciati di neoprene che siedono  sui  galleggianti in due file immobili. Più  che una squadra reduce dalle immersioni sembra il corteo  di  un insolito funerale sottomarino.

Candeline sui tavoli,  due bambini si litigano in tedesco una fetta di torta:  non fosse per loro mi sentirei dentro alla pubblicità televisiva di  un costoso liquore. Insalata di polipo, così così. Dovrebbe essere tiepida e tenera e non gelida e gommosa. Branzino "coltivato" della solita pezzatura  ad usum singuli,  ben grigliato,  insalata verde con vinaigrette che fa stringere le labbra a mia moglie,  che l'agro mica lo ama tanto. Demi bouteille di un  bianco locale. Secco e armonioso,  dal seducente colore verde fieno. Ce ne andiamo più leggeri di ottantatre euro: questo è già meno seducente,  mi dico.

Di naturismo ho già parlato più volte,  prima d'ora.  Evidentemente perchè tale pratica mi soddisfa e s'attaglia alla mia natura.  Questo però non significa che io voglia far proseliti,  quanto piuttosto condividere,  come faccio da sempre,  un piacere, una sensazione davvero intensa di appagamento  fisico e mentale.  Rispetto visceralmente ogni diverso sentire e necessità  del tutto differenti dalle mie,  chi mi conosce lo sa,  pur tuttavia permettetemi di conservare il sospetto che  chiunque potesse avere l' opportunità di vivere un' esperienza come questa, in tali condizioni di rispetto e naturalezza, la troverebbe altrettanto piacevole e bella. Prezzi:  punctum dolens,  ahinoi.  Dal 3 luglio al 27 agosto il nostro boungalow costa 97 (novantasette) euro al  giorno.  Prezzi sensibilmente più bassi negli altri mesi, fino a un terzo di meno. Sempre troppi,  però,  secondo me, nonostante lo splendore del posto. Molti i servizi offerti a  pagamento: scuola  di nuoto,  di sub,  di tennis, di equitazione,  tavole a vela,  wind serf, yoga,  gite a cavallo ed altri.


PRIMORDIALI SENSAZIONI DI BENESSERE

Il nero della notte stempera lentamente in un azzurro limpido e virginale come la veste di un bimbo, mentre dal buio graduelmente affiora il profilo delle case e noi dirigiamo verso l’ autostrada. Mi piace guidare nella citta’ che dorme, sentirmi protagonista attivo, non succube dei semafori, schiavo di un traffico sgarbato e ruvido.
Dove la Valle del Reno stringe tra alti crinali boscosi, l’ umidita’ ristagna. Ci accoglie la nebbia ma non mi disturba, perche’ so che sparira’ appena saliremo di quota. Infatti appena oltre Marzabotto ritroviamo il sole, anche se all’ orizzonte, verso le montagne e la Toscana, incombono fitte formazioni nuvolose e s’ addensano, di ogni sfumatura, dal bianco panna al nero, al grigio venato di arancio e viola. 

Il piacere della montagna e’ un tessuto fatto di mille fili come quello del mare, quando preparavo la barca davanti a un orizzonte immobile e lattiginoso, nel silenzio che mi faceva sentire come se ogni cosa attorno a me fosse soltanto mia. Il lieve sbattere delle drizze contro l' albero, l’ odore salso e sapido della sabbia bagnata, il pigolare garbato di qualche gabbiano che galleggia nell’ aria. Mentre le mani attendono a operazioni di routine, la mente gia’ pregusta il momento in cui scivoleremo sull’ acqua liberandoci da ogni vincolo che non sia il vento e la gran massa viva in movimento sotto di noi.

Il sole e’ basso sull’ orizzonte, gioca sui crinali verdi di piante e crea tra le nuvole barbagli screziati di ogni colore. Lunghe ombre appiattite nascono dai nostri scarponi, si allungano e ci accompagnano passo passo, senza disturbare il silenzio antico di infiniti, piccoli suoni. 
L’ emozione forte, quella che scende dentro e scorre come acqua fresca in gola, arriva ora, sul sentiero, ma il piacere piu’ sottile nasce molto prima, a casa, quando con i gesti lenti di chi assapora un buon rhum scelgo lo zaino piu’ adatto e dall’ armadio estraggo cio’ che portero’ con me. Le dita si muovono tra cose note ma la mente e’ gia’ lassu’. In anticipo mi godo sensazioni complesse di una realta’ integra, imminente e certa, non ancora intaccata da un presente in divenire. 
Giacca e copri-pantaloni in goretex, pile, camicia, maglia e calzettoni di ricambio in microfibra, guanti, cuffia, occhiali, pronto soccorso e torcia frontale Spetzl a led, ghette, borraccia e coltello, fornellino Markill a butano (il migliore al mondo), mappa, telino impermeabile, tegami in duralluminio, tavolette energetiche e poche altre cose. Tutto insieme sono quei dieci, irrinunciabili chili che anche per un’ uscita giornaliera vengono sempre con me quando vado in montagna. Gia’ ci ho provato a escludere qualcosa, per sentirmi fatalmente come fossi senza mutande.
Se poi si pernotta fuori, vanno aggiunti almeno amaca di nylon e mini-sacco a pelo in Primaloft, ultimo nato tra le fibre Bayer. Refrattario all’ umidita’ e leggerissimo, ha finalmente permesso di realizzare un sacco del peso di soli 700 grammi e di minimo ingombro (25 cm di lunghezza per 16 di diametro) e con una protezione termica fino a –3°. Un sacco-notte che e’ possibile portare costantemente nello zaino e rappresenta una grossa sicurezza in piu’ di fronte all’ eventualita’ sempre possibile di un bivacco forzato. 

Per questa escursione abbiamo scelto un percorso breve e facile: un anello della durata di circa tre ore che ci riportera’ nei pressi del rifugio di Monte Cavallo, in comune di Granaglione, provincia di Bologna a 1284 mt slm. La massima quota che raggiungeremo sara’ invece attorno ai 1450 in direzione ovest, verso il Corno alle Scale. 
Attorno a noi il bosco ceduo di mezzo fusto si presenta con un abito ben differente dalla precedente camminata di giugno. Allora il sole attraversava le folte chiome sovrastanti e tingeva l’ aria di verde chiaro. Oggi, invece, castagni, carpini, faggi e pioppi, spogliati dal freddo dei giorni scorsi, si mostrano scheletrici e nudi e tra loro spiccano le strisce piu’ scure del pino nero e dell’ abete. 
Procediamo con passo frusciante su un tappeto giallo, arancione e bruno di foglie che a tratti il vento ha trasportato e accumulato: un morbido materasso in cui affondiamo alle caviglie. 
Dove il sentiero muta in una larga carrareccia da boscaioli, lo scorrere della pioggia ha ripulito il percorso e raccolto il fogliame secco in ordinati mucchietti che sembrano l’opera di un giardiniere. 
A questa quota la bassa temperatura notturna ha gia’ creato un paesaggio invernale, ben differente da quello che abbiamo lasciati in fondo valle dove gli alberi hanno appena iniziato a colorarsi delle tinte autunnali. Sul terreno, dove una moltitudine di funghi non commestibili gioca a rimpiattino con i cespugli di mirtillo, caprifoglio e pungitopo, incontriamo frequenti tracce del raspare disordinato dei cinghiali, a tratti cosi’ vigoroso a profondo da sembrare il lavoro di un aratro. 

Tratti di terreno asciutto, perche’ roccioso, drenato o esposto a vento e sole, si alternano a zone piu’ in ombra, umide e fangose che ci obbligano a un procedere serpeggiante e cauto. Alla mia destra un rapido movimento attira lo sguardo verso il corpicino agile di uno scoiattolo in corsa verticale al nido. Sara’ l’ unico avvistamento di oggi, in un mondo in rapida preparazione alla pausa invernale, quando la montagna si coprira’ di neve e ghiaccio.

Aiutati dalle macchie bianco-rosse dei segnali di sentiero, procediamo ora attraverso una splendida faggeta di recente ripulita con un sistematico lavoro di taglio.
La luce bianca scende dall’ alto, gioca sui tronchi lisci e chiari, li bagna di un pallore perlaceo che ne accentua le forme plastiche e sinuose e rende l’ immagine ancora piu’ contrastata e suggestiva. 
Per lunghi istanti resto a guardare e penso. Penso che l’ ampio pendio ad anfiteatro che mi sovrasta non pare un comune bosco ma piuttosto un luogo abitato da creature vive e in movimento, sorprese immobili nel momento di una sosta. 

Mezzogiorno e’ passato da poco, quando arriviamo in vista della solida sagoma del rifugio, preceduta dalla lunga tettoia dell’ area attrezzata per picnic. Il bivacco e’ sul retro, indipendente e sempre aperto, anche durante i periodi di chiusura del rifugio ma non siamo soli e l’uscio semiaperto del bivacco riflette il baluginare del fuoco acceso.
E’ alto e magro, avvolto in abiti di provenienza militare, dagli anfibi ai pantaloni al maglione. La testa e’ coperta da una sorta di multicolore cuffia fatta ai ferri che copre e contiene cranio e capelli conferendogli una buffa forma a lampadina. 
Il locale, pavimentato in rozza pietra resa scura dall’ uso, e’ ampio e dominato dal camino, sulla parete di fronte all’ ingresso. Al centro e’ un tavolo in legno massiccio, mentre alcune scansie reggono poche attrezzature da cucina, bicchieri di plastica, barattoli e scatole lasciate forse da precedenti avventori. La luce grigia che entra dalla finestrina gioca con i riflessi dorati e rossi del fuoco e conferisce all’ ambiente un’ atmosfera da caverna, primordiale ma calda ed accogliente Sui rozzi alari poggia una pentola d’ acqua, in tavola alcune bottiglie e una manciata di castagne arrosto dall’ aria vetusta.

Traffica in un angolo, il nostro occasionale compagno di bivacco, tra cartocci e scatole dalle quali spuntano spaghetti, ortaggi e qualche tegame. Intanto ci osserva di sottecchi e io faccio lo stesso, mentre dagli zaini estraiamo il necessario per cucinare il pranzo. Quel viso scarno, lo sguardo scanzonato, a un tempo serio e allegro gia’ l’ ho visto. Lui mi fissa e sorride di un sorriso appena accennato che pero’ raggiunge gli occhi chiari e li illumina.
Si’, ci siamo gia’ visti, proprio qui, me lo ricordo. Ora…mi riconosci? “ Alza una mano e sfila il cuffione, dal quale scende a pioggia una massa lanuginosa di capelli alla Rasta.

Avrei dovuto riconoscere la vecchia Diane parcheggiata fuori ma ora l’ inconfondibile capigliatura me lo riporta alla mente. Si chiama Asteroide, di cognome, e’ di Porretta e ama girovagare per queste montagne, che forse considera la sua vera casa. 
Lo incontrammo proprio qui, circa un anno fa. Era domenica, il rifugio aperto e lui stava finendo di pranzare. In quell’ occasione eravamo in tanti e non ci fu l’ opportunita’ che di una conoscenza molto superficiale. Nonostante cio’, di lui mi aveva colpito l’ atteggiamento a un tempo interessato e distratto, come se a volte l’ attenzione s’ allontanasse sull’ onda dei pensieri. 
Gli piace mangiare e cucinare, questo lo capisco subito, per come predispone ogni cosa con cura meticolosa, per come ne parla volentieri. Pero’ c’e’ una natura schiva, in lui, e riservata, che lo porta ad aderire a cio’ che avviene ma sempre tenendosi un po’ ai margini, quasi che in lui convivessero e si avvicendassero il desiderio di partecipazione e un antitetico istinto a defilarsi. 

Alessandro, questo e’ il suo nome, si china sugli alari e con la disinvoltura della lunga pratica sistema altri legnetti sulle braci e vi sovrappone una coppia di asticciole inox che, dice ” … in origine servivano per sostenere una contro soffittatura. Io me li porto sempre con me per reggere il pentolino quando mi faccio da mangiare”. Si capisce che si trova spesso a cucinare sul fuoco di legna e che in questo bivacco trascorre molte delle sue giornate. 
Qui – aggiunge - capitano dei barboni; persone a volte strane ma dalle quali si puo’ imparare molto per vivere con poche cose: loro hanno dovuto imparare a una scuola molto dura e difficile. Per esempio, lo sai perche’ usano soltanto cucchiaio e coltello? Perche’ tra i rebbi della forchetta e’ difficile pulire e ci s’ annidano i germi”.

Traffico anch’io sul fuoco, per rendere commestibile una confezione liofilizzata di carne e chili, cui va aggiunta soltanto acqua. 
E’ poca roba, pero’ - borbotto io, mentre sulle brace rimescolo con un bastoncino – bisognerebbe aggiungerci qualcosa, o per noi non bastera’ “. 
“…e tu mettici un po’ di questa – interviene Asteroide, allungandomi una scatolina di cartone – Cuoce in tre minuti e vedrai che male non ci sta”.
Grattoni all’uovo, dice l’etichetta. Ne butto due manciate nel sugo e lo guardo addensarsi, prendere la giusta consistenza”.

Dalla finestrina semi aperta entra il sibilo robusto del vento che soffia alto, sopra gli alberi e il tetto. D’un tratto il rombo di un motore e un attimo dopo compare uno dei piu’ assidui frequentatori di Monte Cavallo. Lo chiamano Chiodo ma il suo nome e’ Ileano. Raccoglitore di minerali e di funghi, e’ difficile salire da queste parti e non trovarlo intento a far chiacchiere con qualche avventore. 
Ha portato una larga fetta di pancetta fresca di maiale che intende cuocere sulle braci, Di griglie, in un angolo, ce n’e’ un’ intera collezione: vecchie, contorte e provate dall’ uso, come tutto qui, del resto, e, come tutto, votato alla semplicita’ piu’ minimalista.
Bastano due minuti perche’ la pancetta sfrigoli gagliarda davanti al fuoco, tenuta in verticale da una griglia a due valve. Il grasso cola da un lato e finisce dentro a un barattolino messo da Asteroide “…cosi’ prendiamo due piccioni con una sola fava: evitiamo che vada a sporcare e verra’ buono come lanterna; un pezzetto di laccio da scarpa fara’ da stoppino”.
L’ ambiente, avvolto nella penombra, e’ saturo del profumo aromatico e dolce del maiale e di quello asprigno della legna che arde. Ondeggio sulle gambe posteriori dell’ unica, sgangherata sedia, rilassato mi guardo intorno e la voce dei miei compagni scivola sullo sfondo di un momento stranamente speciale. Non facciamo nulla di strano, nulla di eccezionale, rifletto, semplicemente mangiamo qualcosa insieme. Poi capisco che l’ essere “speciale” sta proprio nell’ estrema semplicita’ delle nostre azioni e nell’ esiguita’ dei mezzi a disposizione. E’ l’ immagine primordiale, senza tempo, di un gruppo di persone che soddisfano insieme almeno tre necessita’ fondamentali: proteggersi dal freddo al coperto e davanti al fuoco, mangiare e scambiarsi esperienze godendo della rispettiva compagnia.
Sto bene, benissimo, pervaso dalla sensazione che noi tutti, qui, si sia creato una sorta di ponte sull’ abisso del tempo che ci separa dai nostri antenati che, migliaia di generazioni fa, ripetevano ogni giorno gesti simili ai nostri e provavano analoghe sensazioni. E’ davvero paradossale che l’ uomo cerchi con tanto accanimento e frustrazione la felicita’ e il piacere che sono a portata di mano, nelle cose piu’ antiche e semplici che qui, oggi, accomunati dallo stesso amore per la montagna e per la natura, abbiamo celebrato in un inconsapevole rito di fratellanza. Resta, come spesso mi accade in analoghe circostanze, il rimpianto di non aver potuto condividere questa esperienza con altri amici lontani che, come me, avrebbero saputo apprezzarne la schiettezza.

LUPI DI ...TERRA

Lo sloop misura circa 35 piedi,quasi undici metri fuori tutta, proprieta' di amici di un amico, gente che personalmente non conosco. Mi hanno invitato all' ultimo momento perche' ieri uno ha dato forfait. Arrivo appena in tempo per salire a bordo con la mia piccola sacca. Un frettoloso saluto a chi resta e gia' molliamo gli ormeggi. Sono circa le dieci di sera e non ho mai navigato col buio. Mi guardo intorno e cerco di familiarizzarmi con la barca. Tanta confusione, ordini che volano da ogni angolo, facce un po' a disagio. Sbircio i personaggi. Poco piu' in la', accoccolate sullo spigolo della tuga, due figure in blu confabulano sotto voce. Sulla ventina, bionde, sofisticate, mi sembrano poco socievoli, due che "se la tirano". Una cambia posizione e ho la visione fuggevole di oro ad entrambi i polsi e alle dita. Comincio a sentirmi pensieroso, anche un po' inquieto, ma magari non vuol dire. 
Un gavone chiuso col lucchetto attira la mia attenzione. Chiedo. Mi dicono che li' ci stanno i giubbetti di salvataggio. 
Inizio a preoccuparmi. 
Chiedo ancora e una voce un po' seccata risponde che la chiave e' di sicuro da qualche parte. 
Adesso la preoccupazione e' aumentata. 
E' un fatto che io sia un preciso; una vergine, per quanto influenzata da un ascendente leone non puo' non esserlo, ma e' anche un fatto che se si va per mare, precisi bisogna diventarlo, pena qualche brutta sorpresa, prima o poi. 
Come un gatto che esplora nuovi territori, allargo man mano i cerchi. Mi spingo fino a prua, scendo sottocoperta. Poco ordine anche li'. Sulla cuccetta di sinistra una bella Samsonite rigida (!). A terra un paio di mocassini firmati. Sulla dinette pantaloni e magliette in ordine sparso. Ovunque vedo cose fuori posto. 
Non significa niente, dai - mi dico - sai com'e', la partenza... ancora non hanno avuto il tempo di sistemare... 
In una scansia, al di sopra del tavolo di carteggio, alcuni Portolani e due torce elettriche. Una proprio non va, l' altra balugina un attimo poi si spegne. Meno male che c'e' la mia Technisub nella sacca. Piccola, subacquea, potente e...funzionante. 
Il mio stato d' animo e' di pensosa, ragionata inquietudine con tendenza ad aumentare. 
Arrivo al locale prodiero, ingombro di sacchi di vele, dove penso di sistemare le mie cose. Da li', attraverso un passauomo trasparente mi ritrovo accanto allo strallo di prua. Il mare davanti a me sembra nafta pesante e piccole creste bianche ne scalfiscono appena l' oleosa superficie. Il vento parla sommesso tra la randa e il fiocco e scrolla le drizze che crepitano sopra di me. 
Mi siedo sul guscio della zattera autogonfiabile. Gli occhi mi cadono sulla targhetta del costruttore: e' scaduta da un anno abbondante! 
Mi sa tanto che se sale a bordo la Guardia Costiera sono dolori per l' armatore. 
Se invece sale la bora sono dolori per tutti e c'e' la possibilita' che si finisca sul Carlino: GRUPPO DI PIRLA BOLOGNESI SCOMPARE TRA LE ONDE DELL' ADRIATICO. Gia' me lo vedo il titolo e mi pare di sentire i commenti degli amici. 
Per farla breve, a bordo sono piu' le cose che non vanno di quelle funzionanti. Altre ancora mancano proprio, ma se anche ci fossero mi viene da pensare che, probabilmente sarebbero guaste. Perfino l' apparato radio e' in difficolta' e solo il CB sui 27 mhtz e' operativo. Ciliegina sulla torta, qualcuno racconta che il proprietario-skipper si e' ritrovato questa barca per un credito che non rientrava e a quel punto l' unica era prendersi lo sloop. No comment. 

Un paio ore dopo, inizia la bora e il mare muta in in schiuma di birra in zero attimi e io detesto la schiuma della birra. Le due ragazze in blu spariscono sotto coperta perche' hanno freddo. Risultato: venti minuti dopo e' impossibile scendere per il puzzo di vomito che regna sovrano. Io e altri rimaniamo in pozzetto tutta la notte e meno male che la mia cerata e' di spessore adeguato e ho tutto cio' che mi serve per stare al caldo. Per restare sveglio ricorro invece a un paio di capsule di guarana' che quando viaggio porto sempre con me. 
In un modo o nell' altro trascorre la notte che schiarisce in un cielo grigio tra squarci di azzurro. 
Mattinata senza storia. Le fanciulle sono tornate a prua e confabulano. La cera non e' quella della partenza, c'e' pallore sul loro viso, ma confabulano. Ogni tanto guardano in qua. Intorno a me vedo facce disfatte ma neppure la mia dev'essere un sole. Tre gabbiani calano su di noi , lenti come aquiloni. Vedo i becchi aprirsi ma il vento ne porta via il verso. Per un attimo ci fissano con sguardo sorpreso: abbiamo proprio un' aria cosi' da sfigati? 
Mollo il timone a un altro e m' azzardo a scendere di sotto. Qualcuno ha dato aria alla tuga e l' atmosfera e' respirabile. Meno male. Mi ficco in cambusa e preparo un tegame di te' fortissimo che sembra catrame. Ma va bene. Dev'essere cosi', dopo una notte del genere. 

All'imboccatura del canale di Lussino, le alte sponde rocciose limitano parecchio la possibilita' di procedere con la sola velatura. Propongo di accendere il motore, un Aifo monocilindrico. Due colpi, uno sputo e il motore tace. Nonostante i molti tentativi, il risultato e' sempre il medesimo: siamo senza motore. Ci voleva solo questo! Sgomento, costernazione, madonne in vari dialetti, molto nervosismo e incredulita'. 
-Ma se ho fatto controllare il motore a Rimini! - dice lo skipper. - olio nuovo , filtro nuovo, tutto nuovo!- 
Apriamo il contenitore e troviamo il ... vuoto! Devono aver tolto il filtro vecchio dimenticandosi di metterne uno nuovo. Con quel mare il contenuto del serbatoio deve essersi ben rimescolato e al primo tentativo di messa in moto chissa' quanta schifezza e' arrivata all' iniettore. 
Qualcuno suggerisce di filare a poppa l' ancora galleggiante. E' una buona idea. Alla bassa velocita' che riusciamo a tenere con fiocco e randa, ci conferira' un minimo di stabilita'. 
- Lo so io dov'e', lo so io dov'e'!!!- grida uno. Corrono via in due e in un attimo ritornano in tre, spintonandosi l' un l' altro. Vedo volare qualcosa a poppa, oltre il pozzetto.: speriamo non sia uno dei tre! 
Ho appena il tempo di pensare che sembra bella grande, poi m' accorgo che nessuno ha pensato di assicurare l' altra estremita' della cima a una galloccia. Per un momento scorgo il sacco galleggiare la' in fondo, poi piu' niente. Neanche pensarci di virare per tentare un recupero, non con quell' equipaggio e in quelle condizioni di scarsa manovrabilita', cosi' andiamo avanti, con le vele che sbattono sgonfie e il timone che quasi non si sente, pericolosamente vicini agli scogli. Alziamo anche il fiocco 2 e la velocita' aumenta di un decimo di nodo (!) 

Per fortuna, come Dio vuole, arriviamo in prossimita' del porto. 
Non vi dico cos' e' stato ormeggiare a vela in tripla fila, davanti a una banchina stipata di barche di ogni misura. Nonostante avessimo messo giu' piu' parabordi di una corazzata, abbiamo scatenato l' ira di almeno meta' del naviglio presente. 
Il giorno dopo, quando stiamo per partire in direzione delle isole Incoronate, mentre sono in un negozio del porto sento parlare italiano. E' una simpatica coppia di milanesi appena arrivati da soli dall' Italia sul loro 52 piedi. Navigatori appassionati, lui molte esperienze di regate. Entrambi sorridenti e aperti. M' ispirano subito. Parliamo di tante cose e di nulla. Cosi', d' impulso chiedo loro se a hanno bisogno di un aiuto a bordo. 
"No - fa lui sorridendo - ma di un simpatico cuoco si'. Quando si unisce a noi? - 
Cosi' recupero la mia sacca e saluto la compagnia, per nulla rammaricato di aver perso l' occasione per finire sulla cronaca del Resto del Carlino!

LIGURIA TROPICALE

Arriviamo al tramonto, mentre il sole scende oltre le rocce di Capo Nero con rutilanti effetti da discoteca che tingono il mare fin dove le ombre lo precipitano in un cupo color petrolio, anteprima del buio imminente. Ospedaletti è terra di contrasti e di sorprese, stretta da montagne indecise se ingoiarla o spingerla in acqua.

Per chi proviene dalle brumose contrade piemontesi la discesa in territorio ligure offre la meraviglia di una trasformazione che si brucia in pochi chilometri e che, superati gli ultimi contrafforti, piomba il viaggiatore nel tipico paesaggio subtropicale. Case e palazzi appaiono affogati in una vegetazione lussureggiante che satura ogni piega del terreno fino alle rocce scure su cui rompono le onde con schizzi bianchi di schiuma. Eucalipti dall'aria smorta s'addossano a ficus elastica (ficus indiano) di dimensioni colossali che poco ricordano la modesta pianta d'appartamento che ben conosciamo.

Sui muri delle case, specie negl'angoli più assolati e protetti, esplodono i colori delle bouganville e delle camelie. E poi palme, palme d'ogni varietà, anche da dattero, e banani e palme nane e quelle, altissime, che segnano la via Aurelia nel tratto cittadino chiamato Corso Regina Margherita o più semplicemente Boulevard. Mandarini, aranci e limoni ravvivano ogni giardino, macchiano le aree verdi pubbliche come fantasiosi disegni di bimbi. Ne colgo gli aromi intensi mescolati all' acuto profumo di rosmarino e a quello un po'  salmastro e dolce della salvia, mentre a piedi esploro ogni strada che dalla statale scende verso il mare. Ne cerco una adatta al nostro camper, una che non prometta curve a gomito o auto parcheggiate a strozzo sugli incroci.

Dall'alto, mentre sostavamo al semaforo, ho avuto la fuggevole visione di un posto fantastico, proprio sulla scogliera, davanti al centro storico dove schiere di casette addossate l'una all'altra scendono ad anfiteatro verso il mare. Però non m'azzardo ad imboccare viuzze così asfittiche nel timore poi di dover affrontare una retromarcia che…solo a pensarci mi viene la pelle d'oca. Sbuffando ne faccio tre su è giù ma non mi convincono: troppo strette e troppo storte. Infine, ecco quella giusta: via Cesare Battisti, rettilinea e larga, che dal Boulevard arriva fino a via XX Settembre e di lì al mare. Venti minuti dopo entriamo trionfalmente ( la soddisfazione che provo mi porta all'orecchio un immaginario frullo di tamburi) su quella che, mi racconteranno poi nei negozi, fino al 2001 era la massicciata dell'ottocentesca linea ferrata che dal confine francese conduceva a La Spezia: 222 chilometri.

Molti i testimoni dell'antica destinazione, dai vecchi pali che reggevano l'elettrificazione e che ora svettano come tronchi morti, alla leva di uno scambio ormai scomparso che sporge incongrua dal catrame come l'arto rinsecchito di uno scheletro perduto. A completare il macabro insieme, un paio di sghembi cippi in pietra grigia mostrano ancora numeri che ai macchinisti indicavano chissà cosa ma che ora sembrano lapidi di cimitero semidivelte. Al fondo di quello che al momento pare un lungo parcheggio, ecco la stazione. Quando, una volta collocato il camper proprio di fronte al municipio, andrò a fare due passi, scoprirò che, pur essendo chiaramente dismessa e abbandonata, appare verniciata da poco di un fresco rosa pesca. Ogni porta, ogni finestra mostra il vuoto seghettato di vetri sfondi e grandi reti da calcestruzzo impediscono l'ingresso ai non addetti. Nei locali polverosi mucchi di vecchi arredi sfasciati, una scrivania ancora con la targhetta metallica dell'inventario, tipica dell'ufficio pubblico, bidoni bisunti, un paio di panche da sala d'attesa di seconda, casse sfondate e, in un angolo, un mucchietto di targhe gialle: agganciate ai vagoni, ne indicavano ai viaggiatori lla destinazione finale.

Un carretto portabagagli di color grigio punta le stanghe al soffitto e i solidi cerchioni pieni sembrano avere ancora tanta voglia di lavorare. Ricordo i facchini in tenuta del medesimo grigio, il berrettuccio nero e la massiccia tracolla di cuoio pure nero che reggeva il borsino dei soldi. Li vedevo alla stazione di Bologna, ogni volta che con mia nonna andavo verso Cesenatico dove la mia famiglia aveva la casa per l'estate. Ne ammiravo la solidità, i gesti sicuri e misurati con cui caricavano bauli e pesanti valigie sui vagoni. Ma forse la loro era solo noia e la mia fantasia s'inventava il resto.

è buffo, surreale, guardare una stazione fantasma, completa di tutto ma del tutto priva di binari e di viaggiatori e di personale. Non manca neppure la fontanella, tonda ma secca, dove di sicuro in estate i passeri andavano a bere, davanti a quella che forse fu l'abitazione del capostazione. Sopravvive un giardinetto due metri per due, con l'aria feroce e disperata di chi da un momento all'altro tirerà i remi in barca.

Non mancano i respingenti al termine del binario morto, anzi traslato. Il cadavere infatti, traversine e binari, non c'è più, scomparso assieme ai suoi fratelli un tempo vivi e lucidi per il passaggio dei convogli. In alto, sulla facciata, i bracci decò della pensilina di ghisa. Gli stessi che per oltre un secolo hanno protetto le acconciature delle eleganti dame sbarcate al sole della Riviera dalle umide contrade del Regno Unito ora incorniciano le effusioni di due cani che insistono a voler garantire un futuro alla loro improbabile stirpe.

Attorno a noi è ormai buio e il crinale boscoso dietro il paese si accende di lucine sparse, altre lampade specchiano in mare e danno vita e luce a una risacca sempre più debole. In alto, striscia, bianco e rosso, il traffico silenzioso del viadotto autostradale. Tutto questo, inclusi noi e il camper, mi appare per un attimo come la ricostruzione in cartapesta di un presepe postmoderno: manca soltanto un balordo che freghi l'agnello in spalla al pastore verso la grotta e in cielo un quadrigetto a mò di cometa. Al suo posto, c'è una gran luna che fa risplendere come lastre d'argento le lunghe serre della floricoltura sui gradoni della collina, le stesse che negl'anni, assieme al turismo, hanno reso ricca la zona.

Fu nei primi decenni dell'Ottocento che la cultura anglosassone scoprì questi luoghi, per merito di un oscuro scrittore ligure che, fuggito in Inghilterra ai tempi dei primi moti rivoluzionari, pubblicò un romanzo che aveva come protagonista la storia amorosa di una tal Mary, londinese, con un medico o farmacista ospedalettese. L'opera fu un successone e da quel giorno frotte di inglesi sciamarono fin qui, incuriositi ed estasiati dalle descrizioni di un luogo dove la vegetazione era quella dei tropici e ogni estate pareva tutt'uno con quella successiva.  

Nel settembre del 1919 capitò da queste parti anche Katherine Mansfield, neozelandese d'origine, scrittrice di grande talento che innovò lo stile della sua epoca. Vi rimase fino alla primavera dell'anno successivo: il clima mite pareva offrire sollievo al suo debole organismo minato da una pleurite, prima, e dalla tisi, dopo. Un almanacco dell'epoca, ancora conservato in originale alla biblioteca comunale ricorda i bei vestiti della giovane che il marito le mandava per ferrovia dall'Inghilterra, e gli eleganti cappellini alla moda e il sorriso con cui manifestava la sua simpatia per quella gente industriosa e forte. Abitò fino al gennaio del '20 la palazzina Deerholm, ora Villa Paradiso, ma ben presto la malattia s'aggravò e la donna, forse seguendo i suggerimenti dei medici, partì per la Francia dove morì, a Fontainbleu nel 1923 a 34 anni. Nell'opera "Epistolario" del '20, che raccoglie molta parte della corrispondenza con il marito, la scrittrice ha parole di grande dolcezza e affetto per questa regione rigogliosa e calda "..è un incantevole piccolo paese", adorno di rose - scrive di Ospedaletti - "il più bell'angolo di terra", nel quale "tutto si profila sullo sfondo della montagna violetta". "è come un racconto di fate... il sole aveva il braccio intorno alle mie spalle.".

Antecedente di quasi 50 anni a questi fatti è la sontuosa Villa La Sultana, costruita nel medesimo stile eclettico francese del casinò di Montecarlo del quale è coeva e con il quale ha in comune l'originale destinazione, quella del gioco e dello svago per i ricchi signori che frequentano la costa. Nel 1884 diviene il primo casinò italiano, fino al 1905 quando la gestione è rilevata dalla municipalità di Sanremo. In seguito muta, paradossalmente, in luogo di culto, sede di due cappelle non cattoliche, la "Deutscher Evangelische Gottesdienst" retta dal Pastore Hartmann e la "Church of England" retta dal cappellano Barber. Cambia ancora ed è circolo privato fino alle soglie della prima guerra mondiale, evento che decreta la fine della cosiddetta Belle Epoque. Dichiarata nel 1967 monumento nazionale dopo un lungo periodo d'abbandono, oggi, riportata all'originale opulenza, è utilizzata per manifestazioni culturali e mostre.

Semi sdraiato sul sedile del passeggero rivolto ora verso la dinette, mi godo questa pace, aiutato da un buon libro e dal lento cadenzare della risacca pochi metri più in là. Ogni tanto passa un'auto, qualcuna ci parcheggia vicino, le persone scendono, a volte occhieggiano dalla nostra parte, a volte qualcuno sorride, qualcun altro è perplesso e guardando fisso in avanti passa oltre e sparisce. Ascolto la ghiaia scricchiolare sotto le scarpe e quando non la sento più riprendo la lettura, sorseggiando tè bollente e dolce da un boccale di coccio.

La fame ci spinge fuori, intenzionati a trovare un buon ristorante di pesce. Facciamo uso di un sistema che negl'anni si è dimostrato spesso efficace. A pochi passi dalla stazione, ai margini di una piazzetta vediamo un bar-pub dall'aria accogliente. Sbircio all'interno. Un barman asciuga e dispone a strati le tazzine, un'anziano passa frettoloso, va dietro al banco. Il gilet è di buon taglio, con piccoli bottoni dorati, la camicia elegante, lui ha l'aria del padrone e uno sguardo sveglio che mi piace. Anche se l'aperitivo è mediocre, la persona è giusta e alla mia domanda dove andrebbe a cena se casa sua fosse inagibile risponde senza esitazione, alza il braccio e indica in là.

Il Samaritano (Tel 0184 688132. Via XX settembre, 66 - 18014 OSPEDALETTI (IM). Gradita la prenotazione, chiuso il martedì), cento metri da quella parte - spiega - Fanno un ottimo pesce, buono davvero. Locale piccolo e stasera non ci sarà tanta gente, no davvero. Stefano in cucina ci sa fare, anche se è giovane, e la moglie fa l'accoglienza e serve ai tavoli. Dite pure che ve l'ho detto io… Noi non lo diciamo, non so perchè, ma Cinzia è proprio così: sorridente e simpatica, anche se un po' timida, e anche il locale è sorridente e simpatico e piccolino come lei. Legni scuri, vecchiotti ma risistemati bene, specchi molati, belle lampade e luce quanto basta. E solo noi, Anna ed io e nessun altro. Forse è Aretha Franklin, che canta in sordina, o forse no, ma il profumo che esce dalla cucina è una delizia che arrotola lo stomaco. Che pacchia… mi sa che ci abbiamo preso, mormoro a mia moglie, e pregusto ciò che a breve arriverà. Anche se ancora non so che cosa, so già che sarà perfetto.

Gnocchetti di patate alla pescatora, con pomidorini a ciliegia, vongole, calamari e gamberi. Un condimento svelto, poco lavorato, come piace a me. Così i sapori restano vivi e ben distinti pur andando a braccetto, e i colori non se ne vanno e sono una gioia per gli occhi e anche il palato è in festa. Avverto un sentore di vino bianco secco, ma ben sfumato, forse un sospetto di timo. Arriva un Vermentino ligure, La Rocca di San Nicolao. Garrelli Chiusanico, 18023, Imperia. Chissà dov'è. Non lontano di lì, spiega Cinzia e ci racconta di una produzione di appena cinquantamila bottiglie ogni anno. Ma, aggiunge, di questo Vermentino ne fanno meno di cinquemila, una sciocchezza, e loro, per il ristorante, non riescono mai ad averne più di dieci cartoni. Sì, una sciocchezza, ma non lo è l'insalata di mare calda con zucchine, fagiolini e patate. Tutto caldino, nè tiepido nè bollente, caldino quanto basta, tutto "assemblato" insieme, condito con appena un giro di olio di qui, paglierino e profumato, adattissimo a valorizzare i sapori delicati degli scampi, i minuscoli calamari e i pezzetti di triglia. Poi la specialità della casa: cazzuola di pescato (non chiedete, non so cosa sia. Anzi, se qualcuno me lo spiegasse…)

Dietro un gusto suadente e fruttato il Vermentino nasconde un corpo da guerriero e, forse, più alcool ancora di quanto l'etichetta racconti. Ci gira un po' la testa ma stiamo così bene… La cena è scivolata via senza intoppi, senza un rumore fuori posto, rispettando tempi perfetti. Il cuoco, Stefano, ogni tanto metteva fuori la testa dalla piccola cucina e senza parere sbirciava per capire se tutto andava bene ed io, senza parere sbirciavo lui. Credo che la moglie, riparata dal leggero ciangottìo delle padelle, gli abbia riferito i miei discorsi sul pesce, le nostre aspettative. Così forse, se non preoccupato, almeno un po' curioso lo doveva essere.

Arriva l'offerta di un paio di liquori di erbe e mi faccio tentare, giusto per bagnare la lingua perchè non potrei star meglio e non voglio guastare uno stato d'animo tanto magico. Sì, ci gira un po' la testa, Anna sorride e gli occhi splendono. La nostra casa ci aspetta, a pochi metri dal ristorante. Abbiamo lasciato il riscaldamento acceso e il letto sarà caldo. Forse forse, una tisana bollente. Buonanotte…