-->
Sembra che uno spiritello malefico abbia rubato i colori, lasciando il mondo immerso in una malinconica cacofonia di grigi. Grigio il cielo, grigi i palazzi del centro, grigie le facce dei passanti, grigi gli alberi e le aiuole, grigio perfino il gelato del bambino davanti a me, mentre aspettiamo di attraversare il denso flusso d’auto.
Trento oggi e’ dominata da una persistente acquerugiola che penetra le ossa; lo smog e’ quasi palpabile, gli scarichi delle auto non riescono a sollevarsi da terra, e un’atmosfera umida e pesante satura le strade di un odore acre che prende alla gola.
In verità ho altro per la testa; non sono qui in vacanza ma questo continuo gocciolare, gli schizzi contro le gambe ogni volta che una macchina mi sfiora e il dover schivare gli ombrelli che cercano i miei occhi mi esasperano e contribuiscono a rendere ancor più nero l’umore.
Un anno di ripensamenti non mi ha fatto desistere dal mio proposito di lasciare Milano e con essa una girandola d’avvenimenti e di volti che da troppo tempo mi avvelenano l’esistenza e che sono decisa a rinchiudere nella scatola del passato. Del resto la proposta di lavoro appena accettata in questa città e’ troppo interessante, forse un segno che cosi’ doveva andare.
Ora che la decisione e’ presa, resta il problema di un alloggio. Giù me lo avevano ricordato che non sarebbe stato facile trovare casa per me e Gian, in pieno inverno, con un ateneo che scoppia di studenti. Gli affitti sono alti e se ci lascerò tutto lo stipendio, noi due con cosa camperemo? Di rivolgermi ancora una volta al mio ex, dopo che ha bellamente ignorato le sollecitazioni del magistrato, proprio non me la sento e piuttosto mi metto davanti al Castello del Buon Consiglio con un piattino! Quando vorrà ricordarsi di avere un figlio, saprà lui come fare e anche con la sua coscienza, ammesso che gliene sia rimasto un briciolo.
Rimugino sulla mia vita, sul fallimento di certe scelte. A posteriori, mi dico, tutti sono bravi a pontificare, ma in che cosa ho sbagliato? Avrei dovuto essere più arrendevole? Accettare di lasciare il lavoro perché LUI doveva pensare alla carriera, perché LUI non aveva tempo ne’voglia, a fine di giornata, di darmi una mano con nostro figlio, portarlo a scuola, per esempio, o stare con noi? Sempre carte, carte e il computer, per pianificare il lavoro anche dopo cena e quel maledetto telefonino che squillava a ogni ora! Perché al capo non si può dir di no, perché le promozioni arrivano solo per chi e’ disponibile, perché c’e’ da organizzare quell’incontro, quell’altro convegno, le strategie di vendita, i mercati…”…in fin dei conti, vedi, lui conta su di me, a ME ha affidato l’incarico…ma cosa puoi capire tu, di queste cose…”
Discorsi fatti e sentiti milioni di volte, e quando non diventavano liti era soltanto perché mi chiudevo in camera con Gian, per non aumentare troppo la tensione, per non vedere i suoi occhi riempirsi di lacrime, per non fare anch’io lo stesso.
Se avessi lasciato l’ufficio avrei perduto quel po’ di autonomia che mi ha permesso di mettere da parte qualche soldo per me e per mio figlio e forse non avrei mai avuto la forza di dare un taglio netto alla mia vecchia vita per cercarne una nuova.
Davvero non avrei creduto che a 37 anni mi sarei trovata di fronte alla prospettiva di cambiare lavoro e città. Ora invece sono soddisfatta di aver recuperato le redini della mia vita ed elettrizzata nella prospettiva di riorganizzare tante piccole e grandi cose, trovare nuovi ritmi, scoprire assieme a mio figlio questa nuova città, ambedue avventurarci in nuove amicizie, ma continuando ad essere l’uno il primo riferimento dell’altra.
E’ qualcosa, ne sono profondamente convinta, che dovevo a me stessa e a lui.
Immersa nei miei pensieri, a tratti foschi a tratti saturi di ottimismo e attesa, ho rinunciato alla battaglia degli ombrelli, con il risultato che gli sforzi del mio parrucchiere per rendermi affascinante stanno colando via dai capelli assieme a cento goccioline gelide.
Mi guardo intorno e penso che Trento mi piace proprio. E’ grande quanto basta, non sterminata come Milano dove meta’ della vita se la rubano gli ingorghi. I palazzi ottocenteschi che mi circondano esprimono sobria eleganza e ricordano Vienna o altre città mittel-europee e i percorsi non sono mai troppo lunghi. La gente e’ cortese, silenziosa ma cortese e civile. Sembra che tutti abbiano una meta e non s’incontrano sfaccendati per le strade o nei bar, dove c’e’ ressa soltanto negli orari canonici, poi via, tutti a lavorare.
Già, un appartamento… a chi chiedere ancora? Dove prenderò servizio non mi hanno saputo dare alcuna raccomandazione utile, se non quella, ovvia, di rivolgermi ad un’agenzia immobiliare.
Supero un piazzale contornato da alti alberi; di fronte a me una sequenza di vetrine più o meno illuminate. L’insegna, accanto ad una lavanderia, dice Immobiliare Giannino & Katz. Non sento più le caviglie e oramai ho acqua ovunque, cosi’, d’impulso, spingo la porta smaltata di rosso.
M’accoglie un sorriso, quello di un giovane biondo d’aspetto teutonico. Sembra distratto come se lo avessi strappato a qualche pensiero profondo.
“Buongiorno, in che posso favorirla?” E accompagna le parole con un leggero inchino. Non ho il tempo di stupirmi per un frasario e modi d’altri tempi in bocca ad un poco più che ventenne, perché il pensiero di non avere un posto in cui stare ha riacceso in me l’ansia.
“Cerco casa. Qui a Trento. Vengo da Milano. Siamo in due, io e mio figlio. Si chiama Gian”.
Capisco che devo sembrargli una semi-deficiente. Parlo come un telegramma e quando uscirò dovrà asciugare il lago che le mie scarpe gli stanno regalando.
“S-si’- aggiungo, nervosa e lo sguardo vaga su pareti disadorne. Strano, mi dico, di solito queste agenzie straripano di foto e annunci – sto cercando un appartamento in città e ne ho urgenza perché tra poche settimane prendo lavoro qui a Trento”.
“Guardi – e come per magia compare un cartoncino beige. Ha unghie curatissime e dita lunghe e perfette, che ogni donna vorrebbe avere – e’ proprio fortunata. Una gentile signora pochi minuti fa ci ha conferito l’incarico di locare un appartamento di sua proprietà. La cifra richiesta e’ assai conveniente ma e’ mio dovere avvisarla: esiste una clausola tassativa”.
Ecco, rimugino tra me, dovrei saperlo che dietro ad un’occasione si nasconde spesso la fregatura.
“La signora lascia l’appartamento per riunirsi ai figli che risiedono assai lontano. Lei mi comprende, la signora e’ anziana e non se la sente più di vivere da sola ma e’ appassionata di piante e ne possiede in gran copia, cosicché ci ha imposto di concedere la sua casa soltanto a persone che s’ impegnino ad accudire le sue adorate piante”.
“Allora non ci sono problemi – esclamo io, cosi’ sollevata da battere le mani come una bimbetta davanti ad un piatto di dolci – non ci sono problemi davvero! Pensi che anch’io a Milano avevo tante piante e non ne ho mai fatta morire neppure una!”
“Allora mi permetta, affido direttamente a lei il biglietto che ci ha lasciato la signora. Non dista da qui che pochi passi, cosicché ci si potrà recare a piedi. Mi perdoni se non mi e’ consentito d’accompagnarla io stesso. Lo farei con vero piacere ma, come può notare, oggi sono da solo e a minuti arriveranno altri signori per un appuntamento”.
Nell’uscire mi guardo indietro: strano, dove poggiavano i miei piedi non c’e’ una sola goccia d’acqua.
Bello, il palazzo, signorile, appena un po’ discosto dal traffico, in una rientranza della strada. Ultimo piano: speriamo che d’estate non sia troppo caldo. Mi ci porta un vecchio ascensore di ferro e legno tirato cosi’ a specchio che ci posso vedere riflessa la mia immagine: sembro la Medusa. Andiamo bene…Con pochi colpetti di dita conferisco un’aria di diverso caos ai miei capelli e arrivo ad una lussuosa porta che ricorda i salotti di Sissi e i valzer di Strass. Mi sento ancora più inadeguata: non penserà che vengo ad offrirmi come domestica?
Non pare poi cosi’ anziana, la padrona di casa. Alta, capelli ancora folti e biondi raccolti a chignon, un elegante abito di seta grigia che non ha una pieghetta. Ma come fa questa: non si siede mai?
Con un muto sorriso si fa di lato e mi accomodo in una sala per meta’ rivestita a boiserie chiara e illuminata da alte vetrate. Ovunque piante bellissime e opulente, pochi gli arredi, ma di classe: un misto d’antico e di moderno. Suppellettili e quadri sono chiaramente di valore, cose che di solito si vedono nei musei.
Sempre più nervosa, estraggo dalla borsetta il cartoncino e lo impugno, come se potesse parlare in mia vece.
“Mi e’ stato assicurato che lei intende affittare il suo appartamento. Io sto appunto cercando casa e mi chiedevo se…”
“Si’- m’ interrompe con garbo la signora – si’, e’ vero, questa sarebbe l’intenzione, ma…perdoni la mia sorpresa…mi permetta, ma chi l’ha informata di ciò che io stessa ho deciso soltanto questa mattina?”
“Si’, si’, lo so, sono al corrente della recente decisione e so anche della clausola. Il ragazzo mi ha detto tutto, ma mi va benissimo. Anche a me piacciono le piante e vedo che lei ne ha di stupende; non tema, per me sarà un vero piacere accudirle”.
Sul bel viso della mia interlocutrice si e’dipinta un’espressione di genuino stupore.
“Un giovane, una clausola? Ma di che sta parlando??“
“Ma scusi, lei non ha appena incaricato un’agenzia immobiliare, si chiama…si chiama…GIANNINO? Immobiliare Giannino Non tanto lontano da qui, giù verso la piazza. Li’, un giovane, un biondino, mi ha parlato di quest’appartamento, di lei e del fatto che andrà a raggiungere i suoi figli lontano da Trento. Mi ha spiegato ogni cosa, anche della clausola che chi accetta l’appartamento deve accettare di occuparsi delle piante. Non e’ cosi’?”
Ho parlato tutto d’un fiato, sempre con in gola la paura che la faccenda si risolva in un niente, che questo bellissimo appartamento che assurdamente sento già mio sparisca. Mi pare di vivere una scena di “Scherzi a parte”. ODDIO…non sarà mica una cosa del genere???
“Ma m-ma io non capisco…ma quale agenzia, quale biondino? Io non ho mai affidato nessun incarico, ma lei alle volte non… beh, in ogni caso, senta, se l’appartamento le interessa, ora glielo mostrerò. Pero’, guardi, non e’ mica grandissimo, sa? Ecco, la sala l’ ha già vista..ora venga…”
Venti minuti, una stretta di mano e l’accordo e’ fatto. La cifra e’ …e’…praticamente ridicola. E dice che non e’ grande?? Ma e’ più di ciò che serve a me e a Gian. C’e’ tanto spazio e poi…tutta quella luce e le piante…oh, non riesco a crederci!
Mi rifugio in un bar; anche se non piove più, sento il bisogno di raccogliere le idee e di bere qualcosa di caldo. Ancora non mi par vero che anche l’angoscioso problema della casa si sia volatilizzato nel volgere di un’ora. Tutta la faccenda mi sembra cosi’ assurda, d’altra parte non ho mica sognato, l’agenzia e’ reale, il biondino pure, e l’appartamento era davvero in affitto e il biglietto…il biglietto! Frugo nervosamente nella borsa. Eccolo qua. Lo giro, il rigiro..ma…m-ma e’ bianco su ambedue i lati! Lo riguardo, frugo ancora: forse non e’ quello, forse mi sto sbagliando…ma invece e’ quello, perché non ho altri biglietti simili in borsa”.
Sempre più confusa, con la testa che pare un bollitore, mi precipito fuori, seguita dagli sguardi del barman. Avevo già pagato, vero?
“Giù di la’ e poi diritto. Si’, si’, dopo l’incrocio a sinistra.”
Non m’ accorgo che sto parlando da sola, finche’ un vecchio, incrociandomi, lancia un’occhiata compassionevole e scuote la testa, come dire cosi’ giovane e già tanto suonata.
“La’, ecco...ecco la lavanderia e li’…li’ …li’ non c’e’ più l’insegna! Ma che diav… la porta e’ quella, l’unica rossa di tutta la fila di negozi!”
Spingo ma e’ chiuso. Pero’ la maniglia e’ la stessa su cui ho appoggiato le dita questa mattina. Guardo attraverso il vetro: non ci posso credere…NON CI POSSO CREDERE! L’ambiente e' vuoto e polveroso, salvo una vecchia sedia in un angolo, un cestino pieno di cartacce e un calendario sbilenco che mostra una ragazza in bikini. Il locale sembra abbandonato da mesi. Ho la sensazione che il cuore mi scoppi in petto, non riesco a respirare e provo l’impulso folle di strapparmi di dosso i vestiti per liberare la vampa che mi brucia in petto.
Mi precipito nel negozio accanto e quasi finisco tra le braccia della commessa.
“ Q-qui di fianco…uff…l’agenzia immobiliare…quella che c’era questa mattina…dove…dove e’ andata a finire?? Stamattina c’era, io ero li’…IO ERO Li’! Che cosa e’ successo? Che cos’e’ successo?!”
“Agenzia? Ma no, guardi che si sbaglia.- La ragazza, alta e carina, mi squadra dalla testa ai piedi. Forse sta cercando di capire se sono scappata dal manicomio - Mai stata un’agenzia in questa strada e in ogni modo non li' dove dice lei. Un’immobiliare, poi? No, no…una volta, l’anno scorso, li’ c’era un ufficio di contabilità, ma poi l’anziano ragioniere e’ morto e da allora e’ cosi’ come l’ha visto.”
All’esterno, un pallido sole ritaglia dalle nuvole di passaggio forme bizzarre che per un istante sembrano le ali d’un angelo…
Nessun commento:
Posta un commento