NATALE ALL’ELBA
Anno 2002, mese di dicembre, nostro esordio nel mondo del camper, anche se da scapolo ebbi fin dal 1976 un Volkswagen T2 Vestfalia in Canada.
Davanti a noi il quadro si riempie sempre di più dei gibbosi contorni dell'isola a mano a mano che il traghetto avanza nello stretto braccio di mare fra Piombino e Portoferraio.
In alto le nuvole, che fin dal mattino hanno scaricato pioggia ininterrotta, mostrano ora mandorle d'azzurro intenso e una raggiera di sole scende a macchiare di blu un'acqua altrimenti color petrolio.
Fremiti d'acciaio, odore di nafta e qualche marinaio addetto alle manovre traffica a prua nell’imminenza dell’attracco. Oltre il finestrone di spesso vetro del traghetto, quattro gabbiani si bilanciano immobili in formazione perfetta, come aquiloni in gara.
Mi godo intensamente queste prime ore di un intermezzo tanto atteso.
Perchè il lavoro non ci ha risparmiati e perchè il viaggio ha anche carattere di test sia per noi come camperisti che per la nostra nuova casa su ruote.
Il lungo fiordo di Portoferraio ci accoglie, prima largo e verde di pini marittimi e macchia mediterranea poi sempre più stretto e denso di edifici che sui crinali s'affastellano e degradano a mare come gradinate d'anfiteatro.
Pochi i passeggeri a bordo e nel grande hangar qualche vettura e una mezza dozzina di autotreni. Dietro al nostro camper, altri due mezzi simili, con targa austriaca, ma non vedo ancora gli equipaggi.
Alla nostra destra l'antica torre del Martello segna l'ingresso alla darsena, d'estate fitta di naviglio da diporto ma ora semi-deserta.
Prima tappa Marciana Marina, sulla costa settentrionale, bella località e approdo protetto anche dalla tramontana che spesso batte la costa settentrionale.
"Intra montes", appunto, nella lingua di Roma, cioè proveniente dalle montagne quindi da nord.
E' un bel borgo che fu un tempo di pescatori, Marciana Marina, e ora attrazione turistica.
Case piccole e dai caldi colori mediterranei, i muri gialli e ocra e bianchi, i tetti rossi di coppi, strette tra la scoscesa parete di roccia e il mare da cui le divide il sottile braccio del molo.
Due le spiagge, in ciottoli, quella della Fenicia e l'altra, davanti al lungo mare, detta del Cotone, l'antico riparo naturale per le imbarcazioni, separate e unite dalla bella torre saracena costruita dai pisani nel 12° secolo a difesa delle scorribande piratesche.
Il paese appare, come ogni luogo a vocazione turistica fuori stagione, sonnacchioso e semi-deserto.
Come sempre in casi analoghi, un senso di leggera desolazione convive in me accanto al piacere di assaporare la tranquillità di luoghi altrimenti affollati e rumorosi.
Sistemato il camper in un parcheggio a pochi metri dal porticciolo. In stagione estiva i cartelli di divieto-camper ci avrebbero fermati ben prima. Oggi, invece, è quasi il deserto: poche auto e tutte di residenti, un paio di furgoni per le consegne ai negozi, molti anche i ristoranti chiusi.
Percorriamo a passi lenti le strette vie godendoci suoni, profumi e colori tanto diversi da quelli del nostro quotidiano.
Appena sotto il ciglio pietroso che divide la strada dalla spiaggia riposano in secca su puntelli di fortuna vecchie barche e scafi in corso di restauro.
Cime tese e catene ne segnano le curve, ceste colme di reti odorano di pesce, come alcune cassette messe ad asciugare.
Un vecchio dall'aria ancora solida sciacquetta con gli stivali di gomma in un palmo d'acqua e con gesti sicuri ripulisce alcuni pesci nella poca risacca della bassa marea.
All’estremità occidentale, laddove il ferro di cavallo del porto curva verso la Torre degli Appiani, rivedo il ristorante Capo Nord, dove anni fa mi fermai a mangiare delle spettacolari cozze alla marinara. Scendiamo alla bella e raccolta spiaggia della Fenicetta, dove un cartello fa esplicito divieto di asportare anche soltanto uno dei lucidi e levigati ciotoli che la rivestono interamente.
Anche se un po' di sole filtra dalle nuvole, l'aria è fresca e la breve passeggiata ci ha portati la voglia di una bevanda calda, così, dopo aver approfittato dell'unico negozio aperto per completare la dotazione della cambusa e avere qualche informazione su un buon ristorante di pesce, rientriamo in camper dove ci aspetta una dozzina di libri.
L'interno del locale, il ristorante Rendez Vouz, sembra privo di riscaldamento e confidiamo nei cibi e in un buon bianco elbano per riscaldarci.
Ottimi sia gli antipasti e inusuali rispetto ai soliti offerti nei locali turistici e ancora migliori i primi, tanto che mi faccio tentare dalla diffusa sensazione di benessere e ordino anche una frittura mista.
So già che sarà buona quando la vedo arrivare tra le mani del proprietario del locale: bianca, spumeggiante e dall'aspetto asciutto e leggero.
Tale infatti è, croccante fuori e morbida dentro e la mangio con le mani per gustarla meglio, senza neppure ungermi le dita, tanto poco è unta.
E' bello assaporare al meglio le possibilità offerte dalla mobilità della nostra casa su ruote; decidiamo perciò di non passare la notte nel parcheggio per spostarci fuori dal paese e troviamo sistemazione in uno slargo della strada, a picco sul mare.
Dopo un film in DVD e l'ennesima tisana, si conclude il nostro primo giorno all'Elba.
Un cielo plumbeo e vento a raffiche robuste ci accolgono al nostro risveglio e non fanno ben sperare per il proseguo della giornata ma noi, anche in armonia con il detto "meglio un giorno di pioggia in vacanza che il sole in ufficio“, ce ne freghiamo e proseguiamo verso Capo Sant'Andrea, dove la strada corre alta sulle rocce e l'isola offre scorci selvaggi e una natura ancora incontaminata.
Dopo alcune frazioni sul mare che appaiono deserte e i pochi negozi chiusi e una deviazione per ammirare la spiaggia di Patresi, rientriamo sulla provinciale 25 e dopo Punta del Timone e l’abitato di Chiessi, superiamo Pomonte e arriviamo nella splendida piccola baia di Fetovaia, ben protetta dal lungo dito roccioso dall'omonima punta.
Lasciato con qualche difficoltà il camper lungo la stretta strada, scendiamo verso la spiaggia per un sentiero che corre tra ammassi di fichi d'india dai frutti incredibilmente maturi e rosmarini fioriti (il 27 dicembre!).
Tutto sbarrato: case, bar sulla spiaggia, noleggio barche ma oramai non ce ne meravigliamo più: abbiamo capito che a Natale nessuno viene all’isola d’Elba. O meglio “quasi” nessuno. Infatti, mentre stiamo assaporando tanto silenzio, dalla curva sbucano fuori i due camper austriaci arrivati sul nostro stesso traghetto! Come ci vedono, lampeggio dei fari e varie braccia che si levano nel saluto che noi ricambiamo.
Dopo alcune foto agli scorci più significativi e cercando di non inquadrare cartacce e bottiglie portate dal vento, superiamo con un salto il rigagnolo che si è aperto la strada tra la sabbia della riva e, ripreso il camper, risaliamo alla provinciale per proseguire, questa volta verso Marina di Campo e il suo grande golfo, che vanta la più lunga spiaggia dell'isola, 1500 metri, dominato dall'ennesima torre pisana.
Un breve giro ci permette di visitare il centro storico tutto raccolto attorno al porticciolo e di fare acquisti in un'enoteca dove una ciarliera signora ci illustra nei particolari più minuziosi la produzione enoica di quest'isola che per clima e natura sembra proprio un lembo di Sicilia trasportato al nord.
Pochi chilometri più avanti, superate le mille pieghe di un territorio segnato di continuo da avvallamenti e gobbe e ricoperto da una vegetazione lussureggiante e splendida, dirigiamo verso Lacuna, seconda delle tre baie che contraddistinguono la costa meridionale dell'isola.
Una baia sabbiosa, limitata da Capo di Forza e da Capo della Stella.
Lascio camper e moglie sotto un grande pino marittimo e a piedi scendo verso il mare che una sequenza ininterrotta di proprietà private e di campeggi chiusi lasciano solo intravedere.
Anche qui saracinesche abbassate e porte profondamente segnate dalla salsedine.
Ogni anfratto, ogni più piccola rientranza è stata riempita dalla sabbia portata dal vento. Da una duna in miniatura spunta in verticale un sandalino giallo e mezzo secchiello azzurro ancora completo del manico. Mi chiedo se l’involontaria composizione, che ha qualcosa di metafisico, valga uno scatto quando mi passa davanti un vecchio gatto chiazzato di marrone. Ignorandomi totalmente come solo un gatto sa fare, fissa con occhi come fanali i gabbiani che zampettano tra gli sterpi della riva.
Provo a chiamarlo.
Lui si gira, si abbassa sulle zampe e schizza via tra due catamarani dall'aria stanca.
Prima del tramonto facciamo sosta oltre Golfo Stella, sul largo piazzale del cimitero di Capolivéri, piccolo borgo alle pendici di Monte Calamita che forma la propaggine più meridionale dell'isola.
E' mattina.
Come sempre mi alzo prima di Anna e, attento a non svegliarla, salgo a piedi i bassi gradini adatti anche al passaggio dei cavalli e arrivo alla piccola piazza cui tutte le strette vie del paese sembrano confluire.
Su di un lato della piazzetta, ecco di nuovo i due camper austriaci! Finestrini chiusi e oscuranti abbassati: ancora dormono.
Durante la notte il vento ha continuato a imperversare: dai rami di un geranio che sembra dire ma che ci faccio qui pende vuota una sottoveste azzurrina e ovunque vedo cartacce, lattine e bottiglie di plastica. Anche una scatola acciaccata di profilattici Hutu.
Nell'unico bar della piazza mi godo un orzo bollente e sfoglio un quotidiano che parla di neve perfino sul litoraneo di Piombino e temperature bassissime.
Solito record di Livigno, con meno ventisei.
Fuori dal bar quasi mi scontro con gli Austriaci. Non è difficile capire che di loro si tratta: tutti biondi, inclusi quattro fanciulli di varie età, gli sguardi ancora assonnati. Mi sorridono, proprio tutti e giù una raffica di saluti in tedesco e anche un ciao. E’ la terza volta che ci incrociamo per le strade dell’isola e viene naturale scambiare qualche frase di circostanza, in inglese perchè del tedesco so troppo poco. Hanno facce simpatiche e in un attimo mi trovo a chiacchierare con loro, dietro una seconda tazza bollente.
Al ritorno, sento rumori provenire dal camper e difatti trovo Anna alle prese con i fornelli e con gli spazi ristretti di una realtà che non le è ancora familiare.
Ne spio i movimenti cauti, lenti anche di un sonno che in lei ogni mattina esita a disperdersi.
Preparo spremuta d'arance e biscotti, mentre pochi metri più in là il paese lentamente prende vita. Molto lentamente.
Superiamo Porto Azzurro dopo una visita resa breve da un'insistente pioggerella gelata che non invita al passeggio e proseguiamo per Rio Marina, risalendo la costa verso nord.
Il terreno, bruno rossiccio e saturo di ossidi di ferro, e le installazioni rugginose di un paio di miniere raccontano una realtà antica legata allo sfruttamento dei giacimenti ferrosi già in epoca romana.
Oltrepassiamo baracche fatiscenti, vecchi rimorchi, carrelli, un bull-dozer senza pneumatici, mucchi di traversine, travi e putrelle cui un denso strato di polvere ha conferito lo stesso identico colore.
Una struttura metallica si protende alta sul mare dalle rocce e pare il becco adunco di un rapace nato dalla fantasia di un artista contemporaneo.
Lasciato il nostro mezzo nel piccolo parcheggio del lungo-mare percorriamo rapidamente il molo spinti dal solito vento gelido.
Arriviamo all'estremità, dove arrugginisce un vecchio pezzo d'artiglieria navale poi rientriamo di corsa al camper, soddisfatti di aver "fatto il nostro dovere".
E' quasi ora di pranzo, però, e il cuoco non ha molta voglia di esibirsi.
Mia moglie se ne accorge e propone di cercare un ristorante.
Il mio solito sistema per trovare il locale giusto funziona ancora e un barista dall'aria sveglia ci conferma che se la cucina di casa sua fosse inagibile si rivolgerebbe a quella del ristorante da Oreste la Strega, un piccolo locale pochi metri più in là, in Piazza Vittorio Emanuele (0565962384), proprio sul porticciolo.
Detto e fatto e dieci minuti dopo un garbato ragazzino ci propone uno dei 6 tavoli e qualche invitante piatto di pesce.
Eccellente la selezione di crudité di mare e abbondante: tonno, pesce spada, saporite salse e la novità, per noi, di una "soppressata di polipo".
Il tutto tagliato sottilissimo e condito con un eccezionale olio d'oliva che sembra appena …sceso dall'albero!
A seguire, un trancio di tonno alto due dita e grigliato a regola d'arte.
Il pane proviene caldo caldo dal forno del locale ed è tanto gustoso che ne chiediamo un secondo cestino.
L'ottimo cuoco, Marco, ai miei complimenti si schernisce e con garbo li rifiuta attribuendo ogni merito alla freschezza delle materie prime utilizzate.
Da lui ottengo l' indirizzo di un piccolo produttore di Aleatico, il vino passito tipico dell'Elba.
Dopo un pomeriggio dedicato all'ozio più indecente decidiamo di trascorrere l'ultima notte sull'isola a Cavo, piccolissimo porto e borgo di pescatori, a pochi chilometri da Capo Vita, che rappresenta il punto più vicino al continente, da lì raggiungibile in 15 minuti di aliscafo.
Il mare è a due metri esatti (misurati a passi) dal camper, quando lo parcheggio all'estremità del lungo-mare.
Davanti è il porticciolo e, più oltre, il breve promontorio su cui sorgono le rovine di una villa d'età augustea.
Sdraiati sul letto, sorseggiamo un tè osservando dalla lunga finestra accanto a noi il mare che scurisce al progredire del tramonto e, poche miglia lontano, il profilo della costa toscana e le luci di Piombino.
Il cielo, fino a poco prima di un denso grigio con sfumature rosate, sta assumendo il color del piombo quando, inaspettatamente, iniziano a sfarfallare, sempre più fitti e grandi, i fiocchi di neve.
La mattina dopo, un grande rosmarino di fronte al camper mostra incongrue creste di neve sui fitti fiori azzurrini.
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