Poche barche, alcune già in secca per il ricovero invernale, altre semi demolite. Un paio di pescatori all'opera su reti malridotte. Passa un muletto grigio e si lascia dietro una scia che sa di cipolla bruciata.
Viene verso di noi un cagnone bianchiccio, un po' bastardo e un po' no (ma soprattutto sì). Stringe felice tra i denti una scarpa da ginnastica che ha visto tempi migliori.
L'aria è dimessa ma buona; muove la coda e mi guarda.
Si ferma.
D'impulso vado verso di lui e parlo. Gli dico che è proprio bella, quella scarpa.
Un muto battito di ciglia, un'occhiata placida ma perplessa.
Sembra dire ma…ma l'hai guardata bene? Ma ce li hai gli occhi, tu?
Poi, forse convinto dal mio complimento o pensando che potesse davvero interessarmi, me la molla lì e, lemme lemme, scompare alla vista tra due barchette sfasciate.
Il tempo di considerare che farne di quell'omaggio e arriva dal molo un tale che trotterella su una sola scarpa, compagna proprio di quella che ho in mano.
Mi guarda e sorride.
Lo guardo anch' io, sorrido e allungo la scarpa, quindi indico con il braccio fra i due relitti, dove fanno capolino un'orecchia floscia e un occhio curioso.
Non parliamo, non ce n'è bisogno.
Sorride ancora, scrolla le spalle, prende la scarpa e se ne va verso il cane.
Da lontano sento poche frasi di una bonaria ramanzina, mutilate a tratti dalla risacca.
Rimango fermo, contro un mare che sta gonfiando.
Raffiche di vento sature di sali schiacciano sul viso odori muschiati e dolci d’alghe fradice, di sabbia bagnata, il nitido gracidìo di gabbiani che si chiamano, cullandosi sui groppi come aquiloni senza filo.
E' grigio piombo, il cielo, striato del celeste pervinca di un sereno sempre più assente, colmo di neri ammassi di nuvole che s'inseguono basse.
Resto lì, nel vento che sembra fumo tanto è denso e crudo. Vorrei non aver più gambe e restare per sempre in quel turbinìo. Vorrei non aver più braccia per guidare, non aver più testa per pensare...
"Ricordati Barbara.
Pioveva senza sosta quel giorno su Brest
e tu camminavi sorridente
sotto la pioggia ..."
Chissà perchè Jaques Prévert* e chissà perché ora, mi chiedo.
E Brest, poi?
D’un tratto l'immagine onirica di una sconosciuta, la veste scolpita nel vento, diafana e indistinta.
Mi avvicino, la guardo e lei pure mi guarda.
Occhi intensi, capelli nel fumo.
Barbara?
Le prendo la mano e lei stringe la mia e lì, al solo contatto di una mano e uniti nell'abbraccio di uno sguardo, ci amiamo...
Guardo il mare e guardo il cielo, senza vedere nè il mare nè il cielo.
Sento sulla nuca gli sguardi di Anna e di Lorenzo, cento metri più indietro, al riparo del costone di roccia.
Indovino i loro perché.
Perchè sta lì e parla? Perchè non torna?
Così l'attimo se ne va ed io rimango solo.
*Jaques Prévèrt, poeta francese
Nel naso e nella mente aromi eterni, odori primordiali, sensazioni struggenti, selvaggi moti di libertà che, chissà perchè, chissà da dove, sorgono in un balzo, eruttando esplodono, mi lasciano vuoto e stordito come dopo un amplesso mai stato.
E non capiscono, Anna e Lorenzo.
Non comprendono, loro.
E hanno ragione a non capire.
Neppure io capisco, neppure …io.
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