23 marzo 2019.
Nel pomeriggio ho raccolto sulla spiaggia legna e alghe secche, già pregustando nella preparazione ciò che nulla, se non l’alzarsi di un vento molto forte, di lì a qualche ora potrebbe impedire.
Fa fresco, sulla spiaggia di Roccapina, nel sud-ovest della Corsica, mentre preparo il necessario vicino a me sul telo ma sono ben coperto.
Siamo soli, io e Zingara, la Range Rover Classic attrezzata a mini-camper.
Nel cielo azzurro come porcellana danese scorrono pigri alcuni riccioli bianco-grigi e due gabbiani ci passano in mezzo velocissimi come in una gara a premi.
L’aria è decisamente fresca e mi auguro che non si alzi durante la notte, per quanto, a ridosso di alcuni alti cespugli sempreverdi la mia “casa su ruote” dovrebbe essere abbastanza riparata.
Manca poco al tramonto quando appicco fuoco al piccolo cumulo nel giro di pietre che sul lato anteriore ho alzato fino a creare una robusta palpebra che trattiene e riflette verso di me il calore della fiamma impedendo alle scintille di disperdersi.
Non tira un filo d’aria, così sono certo di non provocare incendi.
Niente rumori se non quello appena udibile della risacca e la legna che crepita nel fuoco.
Anche gli ultimi gabbiani sembrano aver trovato la via di casa mentre a ogni istante il mare muta di colore.
Guardo il sole affogare all’orizzonte, velato da una lunga nuvola che pare l’astronave di star trek.
Guardo la legna trasformarsi in braci e penso che mi dispiace non ci sia nessuno a condividere con me qualcosa di perfetto.
Mi sento il re del mondo, mentre addento una fetta di salame.
I rami che sto usando sono secchi, bruciano allegri e devo aggiungerne di continuo.
In breve le braci raggiungono il giusto spessore: ci colloco sopra la griglia, appoggiandola sui ciottoli con le tre salsicce di cinghiale che ho comperato a Corte, accanto a una patata incartata in alluminio.
Nel frigo della Range una bottiglia di Pietra, birra corsa, m'attende, non tanto amara e pizzichina, come piace a me.
La carne sfrigola.
A tratti qualcosa scoppietta nelle salsicce.
Il grasso cola sui tizzoni. Sollevo un attimo la griglia, la fiammata s’attenua e il profumo sapido del mare si confonde in quello odoroso e forte della carne.
Giro la patata: è grossa, quanto impiegherà a cuocere?
Accanto alla griglia ho mantenuto in vita il fuoco; l’idea era che così avrei potuto mangiare e intanto tenermi caldo.
Qualcosa sta cambiando.
Fa più freddo, ora, il rumore della risacca è aumentato e i rami delle piante scuotono alle mie spalle.
Più in fretta che posso, tolgo la mia cena dal fuoco, vi getto sopra della sabbia.
Prendo la felpa pesante dalla Range, assieme alla cuffia di lana alla Jack Nicholson in “qualcuno volò sul nido del cuculo”.
Non so decidermi a salire in tenda, per non perdermi questi momenti irripetibili.
Sotto i denti la salsiccia scricchiola di sabbia e la patata avrebbe dovuto cuocere ancora ma chissenefrega: è tutto buonissimo e se il vento si fosse alzato un’ora prima, adesso starei mangiando tonno in scatola.
Va bene così.
Davanti a me il sole affoga pian piano sull’orizzonte, il cielo tinge di infinite sfumature di giallo, rosso e bordeaux,
il mare decide d’imitarlo e tutto questo è mio.
Tutto.
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